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La morte non è un fallimento sanitario

Il filosofo francese Olivier Rey riflette sulla grande crisi che stiamo attraversando

27 Luglio 2020 alle 08:46

La morte non è un fallimento sanitario

Foto LaPresse

Con “L’Idolâtrie de la vie”, il filosofo Olivier Rey riflette sulla crisi che stiamo attraversando. Vede in essa la prova di un cambiamento completo di sguardo sul senso profondo della nostra esistenza.

  

Valeurs Actuelles – In un’epoca diversa dalla nostra, la pandemia che ha stravolto il pianeta, secondo lei, avrebbe scosso di poco l’ordine delle cose; come spiega questo “cambiamento di scala”?

Oliver Rey – La malattia s’è portata via per lo più persone molto anziane o che soffrivano già di altre malattie – la maggioranza di queste persone, nel passato, non sarebbe stata più in vita. Le altre vittime, credo che un tempo non le avremmo particolarmente distinte nel “rumore di fondo” della mortalità generale. Di conseguenza, il passaggio del coronavirus non avrebbe suscitato alcun subbuglio. Le due differenze principali rispetto al passato sono da una parte il cambiamento assai rilevante della piramide delle età coinvolte, dall’altra l’esistenza di un “sistema sanitario” da cui ci si attende che si prenda cura di tutti i malati. Sono questi due elementi combinati che hanno determinato l’attuazione di misure severe di confinamento, al fine di evitare che gli ospedali fossero troppo intasati. Possiamo essere contenti dei mezzi che abbiamo a disposizione per fronteggiare un’epidemia come quella provocata dal coronavirus. Ma dobbiamo anche constatare questo paradosso: questi grandi mezzi, incomparabili a quelli che gli uomini avevano nelle epoche precedenti, rendono anche le nostre società più vulnerabili di fronte a questi eventi. Il coronavirus, oggi, ha su di esse un potere disorganizzante che nel passato era inesistente.

  

In Francia, il governo ha bloccato l’intero paese per provare, “costi quel che costi”, a contenere il più possibile il numero delle vittime. Nonostante ciò, le critiche sono state numerose e accese. I francesi sono degli ingrati?

Anche se praticamente è solo il primo ministro britannico, Boris Johnson, ad avere apertamente sostenuto questa posizione, la prima idea dei governanti era quella di lasciar passare il virus senza prendere delle misure particolari, per non nuocere all’attività economica. Ma rapidamente, alcune stime che prevedevano in un paese come la Francia centinaia di migliaia di morti, hanno portato a un cambiamento radicale di strategia: siccome il virus si era già diffuso troppo per poterlo individuare e isolare tutte le persone contagiate, non restava altro che il “confinamento” generalizzato per limitare la sua diffusione. Il risultato generale è stato modesto: a causa di una reazione tardiva, il numero dei morti è stato consistente, e in conseguenza della radicalità del confinamento, i danni economici sono ingenti. Detto questo, è più facile sapere a cose fatte quale sarebbe stato il miglior comportamento da adottare che non quando il virus si è palesato. Immaginiamo che l’epidemia non si fosse rivelata più spietata di un’influenza stagionale, come si poteva credere a un certo punto: prendendo precocemente delle misure drastiche, il governo sarebbe stato accusato di “precauzionismo” assurdo. E immaginiamo che il confinamento fosse stato meno severo: il governo sarebbe stato accusato di non aver fatto ciò che doveva per limitare il numero dei morti. Man mano che si valuterà l’entità delle difficoltà economiche che il paese dovrà affrontare, potremo criticare maggiormente le modalità di confinamento responsabili di tali difficoltà. Conviene dunque mantenere una certa misura nelle accuse. Ciò non toglie che alcune siano più che fondate.

 

Lei scrive che “la morte è oggi percepita come un fallimento del sistema sanitario”. Come siamo arrivati a questo punto?

Un secolo fa, Rilke scriveva: “Una volta si sapeva (o si sospettava, forse) di avere in sé la morte come il frutto ha il nocciolo”. Oggi la morte è sempre un incidente – che, in quanto tale, avrebbe potuto essere evitato. Mai tante persone sono morte a un’età così avanzata, eppure la morte per vecchiaia è sparita dalle terminologie ufficiali: dobbiamo sempre morire di questa o quella malattia, di un problema a questo o quell’organo. Il che sottintende che se fossimo stati più reattivi, se avessimo avuto dei trattamenti più efficaci, la morte avrebbe potuto essere rimandata ulteriormente. Pertanto, la morte non fa più parte della condizione umana, bensì appare come un fallimento del sistema sanitario. La vita umana dura di più, ma si conclude in maniera sempre più sciocca, se si può dire così.

  

A quando risale questa focalizzazione sulla salute dell’individuo e qual è, secondo lei, la ragione profonda?

La focalizzazione sulla “salute” ha almeno due origini. La prima è l’aumento dei mezzi per preservarla: ci si preoccupa di più di ciò su cui si può agire. La seconda è legata a quella che Marcel Gauchet ha chiamato l’“uscita dalla religione” – da intendere non come cancellazione del religioso, ma come la fine dell’istituzione e della strutturazione delle società e degli spiriti da parte della religione. Le guerre di religione hanno mostrato il carattere insormontabile di certi disaccordi, le società europee hanno dovuto rassegnarsi, per ritrovare la pace, alla “tolleranza” religiosa. In seguito, poiché risultava che attenendosi a questa tolleranza, si riusciva a vivere in pace nonostante i disaccordi, le questioni religiose hanno perso l’importanza che veniva loro accordata in precedenza: la fede è diventata un’“opinione religiosa”. Se i cristiani affermano, alla fine del Credo, di attendere la resurrezione e la vita eterna, l’“uscita dalla religione”, per contrasto, ha concentrato l’attenzione sulla vita presente. Le attività economiche si emanciparono dal quadro in cui erano rimaste fino a quel momento “incastonate”, per imporre progressivamente la loro logica a tutta la società. L’importanza accordata alla vita nella sua materialità incrementa e, con lei, l’attenzione rivolta alla salute. Un’attenzione tanto più grande che il quadro religioso, affievolendosi, ha comunque lasciato delle tracce: c’è stato, in una certa misura, un trasferimento del sacro, dalla vita di cui parlava Gesù quando diceva “sono la vita” verso la vita nel senso fisiologico del termine.

 

Noterà peraltro che la definizione della parola “vita” è cambiata parecchio nel corso degli ultimi secoli…

E’ il minimo che si possa dire! Nelle prime quattro edizioni del dizionario dell’Académie française, dal 1694 al 1761, la vita è definita come “l’unione dell’anima e del corpo”, “lo stato in cui si trova l’uomo quando la sua anima è unita al suo corpo”. Nella quinta edizione, nel 1795, le cose cambiano: la vita è ormai “lo stato degli essere animati fino a quando hanno in loro il principio delle sensazioni e del movimento”. Le altre definizioni si iscrivono su questa scia – come quella del Littré (1863), “lo stato di attività della sostanza organizzata” o quella, attuale, del Trésor de la langue française (1994): “L’insieme dei fenomeni e delle funzioni essenziali che si manifestano dalla nascita alla morte e caratterizzano gli esseri viventi”. Ci vengono le vertigini: quando leggiamo un testo del Diciassettesimo secolo, ci sembra di capire, ma il senso di alcune parole è cambiato così tanto nel corso del tempo che ciò che capiamo forse è molto diverso da ciò che significava all’epoca. Per evitare questo genere di ambiguità, Philippe Murray desiderava che i nuovi significati fossero anche incarnati da nuove parole. Per esempio, proponeva di “smetterla di parlare di hommes e di femmes (in un’epoca in cui la differenza dei sessi è guardata ovunque come un reperto reazionario, è una provocazione) per utilizzare soltanto i termini ciptuks e nixhams” (…) Tuttavia, le accanite militanti dell’innovazione perpetua arretrano dinanzi a questa rivoluzione del linguaggio, per attenersi ai timidi aggiustamenti della scrittura inclusiva. Sarà, chiede Muray, che “desiderano conservare, come consolazione, i nomi di tutto ciò che hanno distrutto affinché non si sappia mai ciò che è andato perduto?”. Si sostiene che le nozioni nella loro “nuova forma” siano tanto vulnerabili quanto quelle vecchie, benché l’innovazione abbia precisamente ritirato tutto ciò che poteva giustificare la venerazione. Lo stesso vale con la vita: si afferma che è “l’insieme dei fenomeni e delle funzioni essenziali che si manifestano dalla nascita alla morte” e allo stesso tempo che bisogna fare di tutto per salvarla. Ma per quale motivo “lo stato di attività della sostanza organizzata” merita di essere salvato? Non si sa. La nostra civiltà assomiglia a quei polli che continuano a correre per un attimo nonostante gli sia stata tagliata la testa.

  

Per invertire la tendenza, lei scrive che bisognerebbe “coltivare una nuova arte di soffrire e di morire”.

Bisogna vegliare, per non rendersi più vulnerabili in occasione della prossima crisi garantendosi contro quella già verificatasi (…). La sovranità chiede di accettare alcuni limiti. Non è l’esempio dato da quelli che vogliono un mondo che verrà più “dolce”, libero dall’ossessione economica, ma anche una moltiplicazione di letti di rianimazione (tra gli altri), che solo un’economia che gira a pieno regime può consentire. Se si vogliono mettere dei limiti all’economia, sarebbe ugualmente necessario mettere dei limiti ad alcune rivendicazioni. Un mondo in cui gli individui e le comunità sarebbero più autonome sarebbe anche un mondo in cui si accetterebbe la finitudine dei nostri mezzi. Non si tratta di coltivare un’arte di soffrire e di morire per se stessi, ma come parte integrante di un’arte di vivere.

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