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Uffa!
Vladyslav Heraskevych e non solo. La politica può solo imparare dallo sport
La scelta dell'atleta ucraino di skeleton di rinunciare a una possibile medaglia, le proteste dei compagni di squadra in ginocchio, la scritta “Ricordare non è una violazione” in bella vista. Ciò che ricorderemo davvero di Milano-Cortina 2026
Chi ama lo sport e le sue manifestazioni le più esemplari – ad esempio le Olimpiadi – non può non amare il fatto che le cartografie dello sport travalicano quelle della politica. Che nello sport gli uomini danno spesso il meglio di se stessi, di una loro possibile umanità, del loro coraggio nell’assumersi una responsabilità.
Resta memorabile, alle Olimpiadi del 1936 a Berlino, il caso di quell’atleta tedesco (e dunque di un paese in cui allignava il nazismo che stava per dare fuoco al mondo) che diede un consiglio decisivo su come impostare lo stacco delle gambe a un atleta americano che stava competendo con lui nella semifinale del salto in lungo di atletica leggera. Da quei consigli l’atleta americano trasse un tale beneficio da riuscire a vincere la medaglia d’oro in finale. Il leale atleta tedesco morì pochi anni dopo combattendo contro gli americani. Per venire ai giorni nostri è un fatto che la Russia sia in guerra contro l’Ucraina, ma nulla vieterebbe che in un’eventuale Olimpiade coeva la nazionale russa di pallavolo affrontasse la nazionale ucraina corrispondente e tutto si risolvesse a furia di schiacciate e relativi muri, insomma a furia di gesti che attengono allo sport. Tutto questo lo dico in linea di principio e tanto per fare un esempio, so bene che non sarebbe così semplice nei fatti.
Alle Olimpiadi di Milano/Cortina è successo che Vladyslav Heraskevych, un atleta ucraino che gareggiava nello skeleton (una disciplina in cui l’atleta scende su una pista ghiacciata sdraiato a pancia in giù su una lastra a rotelle), avesse impresso sul suo casco le foto di 24 degli oltre 600 tra atleti e allenatori ucraini uccisi nei quattro anni di guerra contro i russi. Quando l’atleta ucraino si è presentato con quel casco, a Cortina hanno valutato a lungo, ma è finita che gli organizzatori delle Olimpiadi invernali abbiano deciso che non si poteva fare, che quel casco indossato dall’atleta ucraino era una forma di propaganda di parte e le Olimpiadi non ammettono propaganda di parte e tanto più in un momento in cui nel mondo impazzano oltre 100 conflitti militari. Ne hanno discusso a lungo nel Comitato internazionale olimpico. Nel prendere la decisione che ho detto, la presidente del Comitato internazionale olimpico, quella che s’era particolarmente occupata del caso, piangeva. Vladyslav Heraskevych, che pure nella sua gara sarebbe stato in grado di meritare il podio, non ne ha voluto sapere di cancellare quelle foto sul suo casco e dunque ha scelto di non gareggiare. Di rinunciare a una possibile medaglia.
Alcuni suoi compagni di squadra hanno protestato facendosi fotografare in ginocchio mentre alzavano al cielo i loro caschi bianchi, e ne è venuta la più bella foto di tutte le Olimpiadi, assieme a quella di un’atleta ucraina che mostra al fotografo il palmo della sua mano sinistra ov’è scritto in inglese “Ricordare non è una violazione”. Un indizio che resterà nella memoria di tutti noi, a marchiare come andava il mondo durante queste Olimpiadi del febbraio 2026. A segnalare che si può competere con gli sci o con i pattini a rotelle o con gli slittini, e che queste sono azioni infinitamente migliori che non il reciproco scaraventarsi addosso missili affinatissimi del valore di un milione l’uno.
Se non è questo il segno che la competizione sportiva rettamente intesa è umanamente e moralmente mille volte superiore a quella politica. E dunque il segno che l’atleta ucraino che voleva gareggiare con il casco addobbato a quel modo, lui sì che meritava una medaglia.