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Uffa!

Non si può censurare la storia, neanche quella che ci indigna. La vicenda di Codreanu

Giampiero Mughini

Il libro di Sburlati racconta le imprese della Guardia di ferro rumena negli anni tra le due guerre, ossia le vicende di quello che Bardèche chiama “un fascismo sconosciuto”. Roba da leggere per capire da dove veniamo noi europei e soprattutto da non escludere da Più Libri Più Liberi

Nella recente edizione di quell’appuntamento romano a forza di libri che a fine anno ha per titolo Più libri più Liberi, ha suscitato una canea di polemiche il fatto che fra gli altri ci fosse uno stand esclusivamente dedicato ai libri di “destra”. Uno stand dove ciascuno di voi avrebbe potuto comprare, e tanto per citarne uno, il libro di Carlo Sburlati (di mestiere è stato un primario ospedaliero) dal titolo Codreanu. L’Arcangelo trafitto (Idrovolante Edizioni, 2025). Un libro che uno Sburlati appena ventenne aveva già pubblicato più di mezzo secolo fa (e che immagino abbia adesso rivisto) dove sono raccontate le imprese della Guardia di ferro rumena capitanata negli anni tra le due guerre dal trentenne Corneliu Zelea Codreanu. Ossia le vicende di quello che Maurice Bardèche (il cognato di Robert Brasillach) chiama “un fascismo sconosciuto”. E vuole dire un fascismo di cui in pochi parlano, anche perché differentissimo dal fascismo italiano e dal nazismo tedesco. Non certo nel senso che Codreanu e i suoi fossero alieni dalla ferocia dell’agguato a uomo (ne ammazzarono a questo modo oltre un centinaio), o che fossero immacolati in fatto di antisemitismo (anzi!), ma nel senso che era originale la fisionomia generale di un nucleo politico nato nelle università di punta della Romania dove gli studenti ebrei costituivano una maggioranza da odiare e colpire. Senza dire che tutto intero il gruppo dirigente della Guardia fu spazzato via nel 1938 nel modo più barbarico dalla polizia rumena.

 

Roba sanguinante da anni Trenta, roba da non ignorare se vuoi capire da dove veniamo noi europei, e difatti il libro di Sburlati l’ho preso subito e letto fino all’ultima riga. Mai un momento per la testa mi è passata l’idea che in quello stand romano da dove sono partito un tale libro non ci dovesse stare e non potesse essere acquistato. Non dobbiamo sapere come sono andate le cose nei momenti più truci del Novecento europeo? E comunque se su un piatto della bilancia stanno i circa cento avversari politici assassinati dalla Guardia di ferro, sull’altro piatto stanno i circa seimila loro militanti uccisi dall’una o dall’altra rappresaglia dello stato rumeno dell’epoca. Sangue su sangue a fiotti, ve l’avevo detto. Semmai, la particolarità della Guardia di ferro (o Legione che chiamar si voglia) sta altrove. Nel carattere accentuatamente spirituale del grumo ideologico da cui presero le mosse. Cattolici, auspicavano una sorta di rinascita del loro paese. Se agivano con tale ferocia era per riportare la Romania in alto. Assassinavano sì i loro avversari, ma poi si presentavano a confessare i loro atti e pagarne il prezzo. Si buttavano sì in cinque o più contro uno studente ebreo, ma pensavano di farlo solo ed esclusivamente per motivi ideali: il che li rendeva più belluini.

 

Più ancora che l’antisemitismo li muoveva l’anticomunismo. In nome dell’anticomunismo due di loro andarono a combattere nella Falange spagnola durante la guerra civile. Caddero entrambi in combattimento e il loro funerale a Bucarest venne accompagnato da una marea di folla come non se n’era mai vista nella capitale rumena. I legionari seppero avvolgersi in una sorta di corazza ideale tale che per un tratto di tempo ne vennero attratti persino Emile Cioran e Mircea Eliade, due dei più grandi intellettuali europei del Novecento, e le pagine in cui Cioran spiegò come si liberò di quella corazza restano fra le pagine miliari della storia intellettuale del Novecento. L’élite della Legione, Codreanu nonché gli autori di due dei loro agguati più micidiali – in tutto quattordici uomini –, vennero imprigionati per poi la sera del 30 novembre 1938 essere trasferiti su un camion con la scusa di portarli in un altro carcere. Ognuno di loro aveva le mani legate dietro la schiena e aveva alle spalle un poliziotto che lo sorvegliava da vicino. Arrivati all’altezza della foresta di Jilava ciascuno di quei quattordici sorveglianti, armato di una corda scattò al collo di ciascun legionario e lo strangolò. Gli uomini di re Carlo spiegarono poi che quelli avevano tentato di fuggire. Valeva la pena che una storia simile fosse raccontata in dettaglio in una fiera del libro?