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TERRAZZO

L'Oscar dell'architettura. Pritzker in ritardo per gli Epstein Files

Manuel Orazi

Attratto dagli scarti, dai resti, da ciò che è ai margini. Il 55esimo vincitore è il sessantenne Smiljan Radicć Clarke, architetto molto legato al mondo dell’arte e collezionista di oggetti da mercatini delle pulci cui ogni tanto si ispira

Certo c’è stato il rinvio di poco più di un mese. Anche Thomas Pritzker, della potente dinastia di Chicago, è stato infatti coinvolto negli Epstein Files, e si è dimesso da presidente della catena degli Hyatt Hotel che la dinastia tra le altre cose possiede (il cugino JB Pritzker è invece governatore dell’Illinois e papabile democratico per la Casa Bianca). Ma il premio, voluto dalla famiglia dal 1978, detto anche “Oscar dell’architettura”, è stato infine assegnato anche quest’anno.

Il 55esimo vincitore è il sessantenne Smiljan Radicć Clarke. Nato e cresciuto a Santiago del Cile, di origini croate da parte di padre (nonno immigrato dall’isola di Brazza-Brač) e britanniche da parte di madre, Radic Clarkeć è un architetto molto legato al mondo dell’arte e non solo perché sua moglie Marcela Correa è una scultrice. Le sue opere più note sono infatti installazioni e musei come il padiglione per la Serpentine Gallery di Londra del 2014 (un volume sospeso traslucido a guscio alla Frederick Kiesler), il Museo de Arte Precolombino e la Nave Performing Arts Center entrambi a Santiago (il riuso di un vecchio edificio con un grande tendone colorato da circo sul tetto) o ancora la cappella per il Padiglione del Vaticano curato da Francesco Dal Co alla Biennale di Venezia del 2018 sull’isola di San Giorgio. Alla città lagunare Radićc Clarke è infatti legato a doppio filo, non solo perché ci è andato a studiare storia dell’architettura dopo la laurea nei primi anni ‘90 conoscendo così, fra gli altri, il professor Dal Co che lo fece debuttare su uno storico numero di “Casabella” dedicato al Cile e più di recente ha fatto tradurre una raccolta dei suoi saggi, piuttosto stralunati, Accade che appaia un cane che parla (Electa 2022). Sono inoltre ex compagni di studi veneziani e amici che di certo non vedono l’ora di festeggiarlo il raffinato gallerista Giorgio Mastinu e la coppia di registi italo-francesi Beka & Lemoine che hanno in preparazione un road movie con Radicć Clarke nel deserto dell’Atacama sulla cordigliera delle Ande. Più distaccati invece i rapporti di Radicć con Alejandro Aravena, membro della giuria del Pritzker e primo vincitore cileno del prestigioso premio dieci anni or sono, che pure ha studiato a Venezia. In generale Radićc Clarke è attratto dagli scarti, dai resti, da ciò che è ai margini e infatti è collezionista di oggetti da mercatini delle pulci cui ogni tanto si ispira, “non sono un creatore di nuove forme”.

Tuttavia i suoi progetti sono colti, come le sue splendide prime case a padiglione perché rimandano sempre alla storia dell’architettura – specie all’amato Kazuo Shinohara - collocandosi solitamente su una soglia: dell’oceano, di una foresta, di un vulcano, di un lago. La folta giuria presieduta da Manuela Lucá Dazio ha scritto che “I suoi edifici possono apparire temporanei, instabili o volutamente incompiuti, quasi sul punto di scomparire, eppure offrono un rifugio strutturato, ottimista e serenamente gioioso, abbracciando la vulnerabilità come condizione intrinseca dell’esperienza vissuta”. Ciononostante questa levità non rinuncia a evocare spesso una paradossale monumentalità combinando elementi arcaici come grandi pietre o rozzi sostegni di legno a fibre di vetro e cemento armato modellato dalle bolle d’aria del pluriball, restando così nell’ambito degli scarti o, per usare le sue parole, “La grazia tocca terra sotto l’effetto della gravità come il sorriso di una rovina”.