una storia familiare

Valori sentimentali e catastali. Il nuovo film di Joachim Trier

Gianluca Nativo

Tra crepe nei muri e oggetti di design facilmente riconoscibili, Sentimental Value esplora il trauma familiare. Un dramma tutto scandinavo già candidato agli Oscar con numerose nomination

Una casa è più felice quando è vuota o quando è abitata? Con questa domanda fuori campo si apre Sentimental Value, il nuovo film di Joachim Trier, già vincitore del Grand Prix a Cannes e ora candidato all’Oscar con numerose nomination. Vuota o piena, la casa di certo soffre. Lo suggerisce una crepa che, dalle fondamenta, risale lentamente fino al soffitto dei piani più alti. In una delle stanze di un villino con ampi bovindi e un giardino da Il posto delle fragole, negli anni Cinquanta, una donna si è tolta la vita, impiccandosi al piano terra. Il figlio di quella donna — divenuto un celebre regista — ha continuato ad abitare la casa con la moglie psicoanalista e le due figlie, prima di abbandonarle tutte e tre per un’altra. Guardando il trailer, lo spettatore millennial italiano si aspetterebbe un classico dramma familiare: un polpettone sentimentale fatto di nevrosi e ossessioni, con attrici sull’orlo di una crisi di nervi di fronte al ritorno del padre cattivo — un revival di Sabrina Impacciatore in un film di Muccino, che intanto gira il suo nuovo dramma coniugale a Tangeri. Ma qui siamo in Norvegia. Le emozioni sono trattenute, compresse nei duri colpi di glottide di una lingua poco musicale (forse era meglio vederlo doppiato? Non sia mai!).

 

Al di là di un impianto familiare piuttosto stereotipato — il trauma transgenerazionale, il padre anaffettivo, le due sorelle, una responsabile archivista, l’altra scombussolata attrice teatrale — il film gioca soprattutto con gli spazi. Carrelli e zoom guidano lo spettatore sulle soglie della finzione: la casa diventa un set, la figlia diventa attrice, l’altra fa la comparsa e così via. In questo senso, Sentimental Value è un film che solo in un paese scandinavo poteva essere girato. La presenza insistita di oggetti riconoscibili — dalle lampade Tizio e Arco a quelle di Poulsen, dalle sedie di Breuer alla poltrona Eames fino allo sgabello catartico dell’Ikea, su cui il regista fa credere all’attrice americana, ingaggiata per interpretare sua madre, che sia avvenuto il suicidio — rende gli ambienti credibili e ringalluzzisce anche lo spettatore italiano medio. I mobili Ikea tappezzano il nostro immaginario collettivo, mentre le giovani coppie che hanno da poco ristrutturato casa riconosceranno con orgoglio (o sgomento) la casa dei nonni che hanno trasformato in un attico scandinavo: boiserie scure, mobili in legno a incastro, a scomparsa, radiatori da chalet di montagna che tanto vanno di moda nella ristrutturazioni piccolo borghesi. Il tutto, forse, per espiare il gusto dell’abbondanza dei nonni, che pure quelle case ce le hanno intestate e che oggi dividiamo in subunità catastali tra fratelli che, nel frattempo, si scannano per un garage condiviso. Ecco, forse è in questa chiave che si potrebbe immaginare un Sentimental Value anche in Italia. Tre fratelli si menano per un fazzoletto di terra incastrato tra gli abusi edilizi lasciati in eredità dal nonno. Oppure un film interamente ambientato attorno alla ristrutturazione della facciata di un palazzo: le assemblee di condominio, le liti per accedere al bonus. Fino al finale catartico — la palazzina appena rimessa a nuovo che crolla, perché nel paese dei bonus nessuno si era preoccupato delle fondamenta, ormai marce. Certo, in Norvegia faranno fatica a tirar fuori un film come La terrazza, nessuna cena ozpetekiana sotto il cielo di Roma, ma almeno sono credibili, non prendono in giro lo spettatore come fa il cinema romano, che ha rovinato una generazione facendole credere che anche l’ultima coppia di impiegati statali può vivere senza problemi in una casa in centro da duecento metri quadri.

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