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Terrazzo
Metti Gio Ponti a Roma
Multiforme e visionario. L’archistar della milanesità lavorò anche nella capitale
Quando l’amico trasferitosi a Milano nel momento del boom post-Expo ti porta a fare un giro per la città, tra la brioche scandinava virale del momento e i fenicotteri di Villa Invernizzi, c’è un ingrediente che a un certo punto esce fuori per forza: Gio Ponti. Multiforme e visionario, Gio Ponti è più famoso di Cova, dei panzerotti di Luini e dei maranza. Dopotutto siamo nella città in cui i designer vengono trattati come gli intellettuali a Parigi o i milionari a Dubai: glorificati, canonizzati, necessari. Ecco la sua torre, ecco il grattacielo, ecco le piastrelle, ecco la chiesa, ecco l’ambasciata. Gio Ponti è ovunque, anche solo passando davanti alle vetrine di Ginori o alle boutique di modernariato, in Brera, tra servizi da caffè in metallo e sedie Cassina. Nella circonvallazione non si sfugge dalla mano di Ponti, celebrato come un Haussmann della piastrella diamantata. Ma se non servisse andare a Milano? Perché in realtà c’è del Ponti pure a Roma. Nascosto, segreto, dimenticato, come sono molte perle della capitale d’Italia, che fa scomparire il bel Novecento dietro ai pini, alle rovine, ai lavori in corso. E poi, ancor più numeroso, c’è un Ponti mai realizzato. Come ci racconta il libro Gio Ponti e Roma di Simona Salvo e Alberto Coppo (Silvana editoriale), recenti ricerche d’archivio hanno fatto alzare a diciotto i progetti nell’urbe di Ponti, “sette dei quali realizzati e due oggi non più esistenti”, come gli interni del piacentiniano Palazzo delle corporazioni, su via Veneto – nelle parole del sommo architetto: “un caldo rivestimento ceramico brunato ornato in nero e oro” di un materiale “nobile e incorruttibile”, “fresco e splendente”. Verranno coperti, quando si cercheranno di cancellare i lasciti fascisti nei ministeri. Anche per un milanese che ha sposato una brianzola, “frequentare Roma significa recarsi in Vaticano”, dicono gli autori del libro. Dialogando direttamente col papa, Ponti lavora nel ‘36 all’allestimento della mostra della Stampa Cattolica, portando ai preti il savoir-faire maturato nelle prime Triennali.
In quel periodo il lavoro è tanto e abita in via Margutta dal mercoledì al sabato. Anche Mussolini, forse geloso di Pio XI, lo vuole e lo chiama per rifare Addis Abeba e per costruire l’istituto di cultura a Buenos Aires (nessuno dei due progetti si realizzerà, altrimenti oggi avremmo gli instagrammer archilover del Politecnico in gita in Etiopia). Planimetrie rimaste su carta di villini ai Parioli. A Roma, come sempre, si parla tanto, si va alle cene, si fanno grandi progetti, ma si realizza poco, anche perché si è spesso in balia dei palazzinari. Resta oggi giusto la scuola di matematica della Sapienza. Scoppiata la guerra Ponti torna a Milano, pensa a Domus e parla già di ricostruzione. Ritornerà, sporadicamente, per hotel che non si faranno mai o che verranno dopo pochi decenni trasformati, come il Parco dei principi, devastato “per adeguarlo a un gusto più consono alla clientela straniera, perlopiù russa, americana e cinese, ispirato al lusso barocco delle vecchie ville patrizie dell’antica nobiltà capitolina”. Ma è bello sapere che in un universo parallelo esiste una Roma dove al posto di finte boiserie e moquette damascate ci sono piastrelline bianco perla, pannelli maiolicati e maniglie in alluminio anodizzato – sogno di una Roma che poteva essere un po’ più meneghina, almeno nei dettagli, almeno ai Parioli.