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TERRAZZO
Swinging Mosca con Andrea Branzi. Un reportage tra fotografi e designer
"Mosca 1962" presenta un doppio sguardo: da una parte quello della società sovietica degli anni Sessanta toccata anch’essa da un entusiasmo giovanile che al tempo fu globale e dell’altra parte quello di un giovane intellettuale in erba alla ricerca dei segnali di un possibile mondo nuovo
Venticinquesimo titolo della fortunata collana Time Travel, Mosca 1962 di Andrea Branzi è l’ultimo frutto dell’attento lavoro di scavo tra gli archivi di fotografi e designer condotto negli ultimi anni dai tipi di Humboldt Books. Architetto e designer, Andrea Branzi - scomparso nell’ottobre del 2023 - è stato una delle figure più rilevanti e lucide della cultura italiana del secondo Novecento. Teorico del neomoderno, ritroviamo in questo volumetto fotografico un Branzi ventitreenne al seguito del fratello Piergiorgio, giornalista e corrispondente da Mosca per la Rai. Un giovane in cerca ancora di una sua personale strada e sopratutto all’inseguimento di quella rivoluzione proletaria che avrà tuttavia proprio nel mondo sovietico la sua definitiva capitolazione. Mosca 1962 presenta così un doppio sguardo, da una parte quello della società sovietica degli anni Sessanta toccata anch’essa da un entusiasmo giovanile che al tempo fu globale e dell’altra parte quello di un giovane intellettuale in erba alla ricerca dei segnali di un possibile mondo nuovo. Il periodo è propizio come già indica in apertura di volume nella sua prefazione Gian Piero Piretto, perché Stalin non solo è morto e sepolto, ma è anche stato totalmente sconfessato dal suo successore - l’innovatore Nikita Chruščëv - nell’ormai famoso discorso tenuto al XX Congresso del PCUS del 1956 che denuncia non solo i crimini compiuti da Stalin, ma anche l’esercizio del potere come culto della personalità. Il momento è dunque fervido di cambiamenti e di aperture anche se non mancano marce indietro, contraddizioni - spesso pesanti - e ripensamenti lungo il percorso governativo di Chruščëv che si arresterà abbastanza improvvisamente solo due anni dopo, nel 1964.
Il 1962 è dunque per questo insieme di fattori sia interni che esterni visto come l’apice di un possibile e imminente cambiamento che vede coinvolta ancora tutta la società sovietica e in particolare la sua parte più vitale e giovane. Il confronto con gli Stati Uniti appare ancora non solo a portata di mano, ma a favore dell’Unione Sovietica, tuttavia sono evidenti anche al giovane Branzi gli scricchioli di una rivoluzione che già deve scontare anni di oscurantismo e che fatica a rilanciare la sua azione propulsiva (come si usava dire allora). Le fotografie offrono un ritratto tanto veritiero quanto spontaneo di un mondo che sta per nascere e forse fiorire e che invece sta solo vivendo il suo canto del cigno. Non tanto un clamoroso abbaglio come verrà indicato col senno di poi da molti, ma un’occasione mancata e per questo ancora più dolorosa. Si ritrova in questi scatti la sensibilità umanistica di Andrea Branzi che alterna sapientemente campi lunghi, paesaggi urbani rarefatti e densi di un’assenza che ben racconta l’estensione, ma anche la desolazione imminente della società russa. E poi ecco i ritratti di studenti e famigliole festanti che vagano nelle immense piazze moscovite. Un piccolo libro che racconta di un tempo tragico che ha segnato inevitabilmente anche il nostro stesso presente.