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Terrazzo 

Dal Vitruvio trovato a Fano all'arco di trionfo trumpiano. L'insostenibile fascino del classico

Manuel Orazi

Nell’ex colonia un tempo nota come Fanum Fortunae sono stati ritrovati i resti della Basilica, unico edificio che Vitruvio nomina come suo nel De architettura. Mentre negli Stati Uniti Trump ha avuto l'idea di un bell’arco trionfale da posizionare tra il cimitero di Arlington e il Lincoln Memorial

Il grande Richard Krautheimer ci ha insegnato che il revival dell’architettura romana antica è stato periodico: nei secoli bui del Medioevo ci sono state diverse rinascenze, ben prima cioè del Rinascimento di Brunelleschi, Alberti e compagnia bella; quindi di nuovo a cavallo delle rivoluzioni americana e francese c’è stato il Neoclassico e ancora nel primo Novecento col rappel à l’ordre fino al Postmoderno, per cui non si vede perché non dovrebbe esserci anche ora. E infatti da Fano a Washington è tutto un rifiorire di colonne.

 

Nell’ex colonia un tempo nota come Fanum Fortunae sono stati ritrovati i resti della Basilica, unico edificio che Vitruvio nomina come suo nel De architettura, l’unico trattato giunto fino a noi dall’antichità benché ce ne siano stati altri precedenti, dai commentari di Piteo a Ictino, l’architetto del Partenone. “A Fano oggi è stata ritrovata una tessera fondamentale del mosaico che custodisce l’identità più profonda del nostro paese. La storia dell’archeologia e della ricerca, con gli attuali strumenti a disposizione, viene divisa in un prima e un dopo” ha dichiarato il ministro Giuli, esultano in coro la Soprintendenza, il Centro studi Vitruviani, il comune, la regione Marche, sui media locali si rincorrono azzardate dichiarazioni trionfalistiche, “siamo meglio di Pompei, le colonne più grandi dell’antichità”, sognando un nuovo Eldorado turistico. Spuntano perciò progetti di installazioni artistiche a scala colossale con tanto di timpano e colonnoni da affidare a artisti o archistar, make Fano great again, con buona pace del mercato settimanale di piazza Andrea Costa. Francesco Benelli è esperto di Rinascimento, professore di storia dell’architettura all’Università di Bologna dopo oltre vent’anni trascorsi alla Columbia di New York da dove ci risponde, smorzando gli entusiasmi: “La scoperta è importante ma non cambia molto la storia dell’architettura, anzi molto poco. Come prime considerazioni si può affermare che Vitruvio ha scritto una cosa vera (a meno che non si sia appropriato di un progetto di altri), e poi bisogna confrontare il suo testo con i reperti dello scavo. Sono curioso di leggere la relazione archeologica però, ripeto, i materiali al momento sono pochi”. 

 

Di là dall’Oceano la fantasia architettonica del presidente Trump non è occupata solo dalla nuova immensa sala da ballo nella East Wing i cui lavori procedono a rilento. La nuova idea è un bell’arco trionfale da posizionare tra il cimitero di Arlington e il Lincoln Memorial del 1922 che pure ha le forme di un tempio dorico greco – mentre il Jefferson Memorial ha le forme del Pantheon. Il nuovo “Independence Arch” dovrà celebrare il 250esimo anniversario della Dichiarazione di Indipendenza (1776) e sarà neoclassico, lo stile amato da George Washington e Thomas Jefferson, primo e terzo Potus, e perciò amato anche da Trump che, brandendo modellini come il Grande dittatore di Chaplin, già ha fatto circolare tre versioni dell’arco, la prima delle quali sfoggia statue, aquile e decorazioni naturalmente dorate. Vagamente somigliante a quello di Tito a Roma, il nuovo arco dovrà rivaleggiare per dimensioni con quello di Napoleone della detestata Parigi. Il progetto è dello studio di William H. Harrison, scomparso nel 2021, con sede ad Atlanta più varie filiali, poco noto ma molto eclettico –  vedi i diversi stili praticati che vanno dallo Spanish o British Colonial al normanno francese, dal Georgian allo Shingle Style. In ogni caso, Harrison è stato membro dell’Institute of Classical Architecture & Art (Icaa) e dichiarava di aver visitato da giovane tutte le fabbriche del nostro Palladio (che nel 1556 disegnò e pubblicò le illustrazioni a Vitruvio), fonte inesauribile del classicismo. E allora, volendo tradurre la storia nella cronaca come nel suo stile, non resta che riprendere Bruno Zevi: “Il classicismo è il linguaggio del potere repressivo di ogni libertà individuale e comunitaria, incarna le posizioni antidemocratiche di destra e di sinistra, quelle dei giacobini, di Hitler, di Mussolini, di Stalin, in genere di ogni totalitarismo quale che sia il colore, nero o rosso, delle sue bandiere”. Oppure anche d’oro.

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