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Terrazzo
A Jeff, che te serve. La commedia fantozziana degli Epstein files
Al di là degli aspetti penali, e al di là che Epstein fosse o no un agente "del caos" per destabilizzare l'Europa e le istituzioni democratiche, emerge dai documenti una comédie humaine di scrocconi, millantatori, scalatori sociali vari degni di un grande romanzo
Al di là delle questioni penali, al di là che fosse o no un agente del caos pagato per destabilizzare l’Europa e in generale le democrazie, come qualcuno sospetta, Jeffrey Epstein e i suoi files sono il nostro grande romanzo delle élite, sono il “Preghiere esaudite” che ci possiamo permettere. Messi a disposizione sul sito del Dipartimento della Giustizia americano con una comoda chiave di ricerca aperta a tutti, come se una super procura italiana post-referendum mettesse online vent’anni di intercettazioni, sono il "Falsissimo" globale dell’epoca di Trump e Corona. Però gratis.
Segnalano tic, manie, poracciate, insomma una gran commedia umana delle classi alte. Epstein per esempio scrive come un pensionato che si affaccia per la prima volta a Facebook, quegli anziani che mai impararono a digitare col computer, dunque punti e virgole a caso, spazi, segni vari di interpunzione, nomi tutti sempre sbagliati. Poi viene fuori, oltre allo sporcaccione che già si sapeva, anche un incrollabile “networker” e anche molto “accollo”. E’ tutto un accollarsi, negli Epstein files, tutto un cercare appuntamenti con gente che non si vuol far trovare. E certo, l’accollo numero uno è Elon Musk, che insiste per farsi invitare nell’isolotto del peccato, “Epic Island Vacation”, titolo della email già celebre, “pensavo di venir giù per una vacanza epica! Ho cancellato tutti gli impegni!”, scrive, come noi che ci vogliamo unire all’ultimo, a capodanno, o il Verdone a Ferragosto di “S-Stadio olimpico”, ma a Musk-Verdone nessuno dà retta. Epstein e la segretaria si fingono morti (“mi spiace Elon! Hai mancato Jeff per un pelo, sai, pensava di chiudere tutto per un po’. Se cambia qualcosa te lo facciamo sapere”). Come no. Qualcuno sostiene che questa email non sia vera, come tante altre, comunque rimarrà per sempre un notevole “grazie le faremo sapere”.
Ma come tutti nella vita, un giorno rimbalziamo l’accollo e il giorno dopo l’accollo siamo noi: ecco dunque Epstein che non dà tregua a Ron Lauder, supplicando un appuntamento. Ron Lauder è figlio di Estée, quella delle creme di bellezza, ed è uno degli uomini più potenti del globo e da sempre più vicini a Trump. Presidente del World Jewish Congress, tra i più importanti collezionisti del mondo, fondatore della Neue Galerie a New York, è anche colui che ha ispirato l’operazione Groenlandia a Trump, e per di più suo genero Kevin Warsh è appena stato indicato da Trump come prossimo capo della Federal Reserve. Insomma la segretaria di Epstein contatta varie volte quella di Lauder: “buongiorno, spero abbiate avuto un buon weekend”, scrive il 6 novembre 2017 Lesley Groff, figura chiave di questa storia, che è sempre in copia a tutte le email, ed entra nel novero delle segretarie leggendarie, da Moneypenny di 007 alla signora Enea di Andreotti. “Il signor Epstein sarà a New York da mercoledì a venerdì, mi chiedevo se il signor Lauder avesse tempo per un incontro… pranzo? Cena? Prima colazione? Anche una riunione qualsiasi”, siamo alla prostrazione.
La risposta è tipo Megadirettore impegnato nel Consiglio dei Dieci Assenti. “Mister Lauder ha molti consigli di amministrazione, avrebbe altre date da proporre?”, risponde l’omologa. Groff ci riprova tre giorni dopo. “Buongiorno, mi domandavo se magari il signor Lauder ha tempo nel weekend o lunedì 13 per il signor Epstein?”. Niente da fare, il signor Lauder è in viaggio. Ma prima, ad agosto, la pòra Lesley era eroicamente riuscita a fissare un pranzo, il 17, e il calendario di quel giorno è notevole: colazione alle 8,30 con Leon Black (miliardario fondatore di Apollo management, uno dei più grandi fondi di investimento, a lungo socio di Epstein e poi caduto in disgrazia a causa sua). Poi pranzo finalmente con Lauder (presto, alle 12.30) e cena con “Woody e Soon-Yi” (presto pure la cena, alle 19,30).
Nel mondo di Epstein ci sono appuntamenti alla Grenouille, ultimo ristorantone superstite dall’epoca dei cigni di Capote. Nel mondo di Epstein ognuno stalkera ed è stalkerato. Ognuno propone eventi, intrattenimenti, millanta influenze. Settembre 2013, a Musk: “Assemblea generale Onu, viene gente interessante a casa mia a Ny”. Quello, sempre simpatico: “Hey, io sono a capo di due aziende complicate. In più ci sarà il lancio di quello che è forse il razzo più avanzato della storia. Ti pare che perdo tempo coi diplomatici dell’Onu?”. Epstein risponde correggendo il tiro: “Pensi che sia ritardato? Scherzavo. Tutte sotto i 25 anni, tutte carine”. Epstein a sua volta è invaso di inviti e comunicati stampa che lo vorrebbero alle mostre, alle gallerie, c’è molta arte, è lì del resto che i ricconi si radunano. I tre milioni di file, tra i tanti doppioni, contengono ritagli, foto, video, cataloghi di aste, insomma un gigantesco “scrapbook” di inizio ventunesimo secolo. Anche ricevute d’acquisto. Un librone sui giardini di Villar Perosa di Marella Caracciolo su Amazon, 83 dollari.
Per far colpo su qualche altro Agnelli? Come nei Diari di Andy Warhol, altro manufatto che assomiglia a questo, e dove qua e là fan capolino sempre dei rampolli italiani, come sempre nella pubblicistica anglosassone coi nomi rigorosamente sbagliati, ecco un John Elkann (“mi dicono che sia molto in gamba”, “è il fratello di Lapo”; “devo incontrare quello che gli sta mettendo su la sua piattaforma in Asia”); Ginevra invece è citata per le sue cose d’arte alla Pinacoteca del Lingotto. Eduardo Teodorani, figlio di Maria Sole Agnelli, ha vari scambi, abbastanza intimi. “Jeffrey si chiede se vuoi andare a mangiare il pesce con lui in quel posto sul mare a Roma”, e quale mai sarà? Romolo al porto? Saporetti a Sabaudia? Ma poi Epstein domanda: “ma si scrive Teodorani o Tedodorani?”. “Tedodorani è qui al ranch con me”, scrive Epstein a lord Mandelson, ex ambasciatore inglese negli Usa, “principe delle tenebre” secondo classico soprannome, altro caduto in disgrazia per colpa di Epstein. Teodorani o Tedodorani a Epstein (questo è un sms): “Maestro, non è che mi presteresti l’aereo se per caso è parcheggiato a New York, per andare nell’isola di Santa Lucia? O altrimenti potrei pagare solo il prezzo di costo”. Quello, scaltro, risponde: “ah, se me l’avessi detto stamattina! L’aereo è appena arrivato a Palm Beach!”. Come no. A Tedodorani, che te serve! Altro sms, più inquietante, “Maestro, aspettiamo la bambina – in italiano nel testo – dalle belle caviglie”, e poi aggiunge molti contatti di personaggioni romani, per “fargli avere a good time in Rome”. Lo chiama sempre “master”, “maestro”, o anche padrone. “Maestro, dai un’occhiata alla Posta Vecchia” (splendido hotel sul litorale romano “appartenuto ai Getty” che il correttore del telefono trasforma in Gerry). Sull’hotel appartenuto ai Gerry, Epstein giustamente non pare molto colpito e non risponde.
Ci son molti italiani, dentro gli Epstein files. Anche molto analfabetismo, come spesso accade nelle classi alte. C’è di tutto, di più. Gente che non c'entra niente, che passava di lì per caso e finisce in questo gigantesco Trojan aspiratutto. Forse a ‘sto punto solo chi non c’è si offenderà. Poi chissà cosa è vero e cosa no. Gli Epstein files sono anche un clamoroso mistone di mitomania, incomprensioni, name dropping, imbucati, autopromozione, falsari, scrocconi, sòle, molte sòle, come accade nella vita reale, e soprattutto in quella sociale. E’ “Fantozzi” meets “Succession”.
Anche, con tragici incidenti di letto. Quello di Bill Gates (ma lui dice che son tutte balle) che avrebbe attaccato una malattia venerea alla moglie, presa da una russa, e avrebbe dunque propinato alla moglie antibiotici a sua insaputa, è contenuto in una mail che Epstein scrive a se stesso, nella sua continua opera di documentazione finalizzata evidentemente al ricatto, ed è l’equivalente, come incidente di letto, della storia della gentildonna mestruata che fa sesso con Bill Paley in “Preghiere esaudite”, con insanguinamento e scandalo. Ma anche qui i casi minori, quelli laterali, sono i più interessanti. Ecco delle mail di pura letteratura. Peggy Siegal, una famosa pr tra New York e Hollywood, decisiva per vincere gli Oscar, a libro paga di Epstein, gli manda dei resoconti mondani, degli strepitosi Cafonal da camera. Capodanno 2014: “sai, ho sempre avuto ansia sociale a venire a Saint Barth. Ma la psicanalista Samantha Boardman mi ha guarito. Ecco che in due settimane ho fatto: pranzo sul Luna Di Dasha e Roman Abramovich; sul Rising sun di David Geffen; sullo Starfire di Leon Black (segue metratura delle barche). “C’erano anche Vito e Lola Shnable” (sarebbero i parenti del pittore Schnabel).
Ma la più bella è una seconda mail. Luglio 2009. Weekend a Portofino. “Jacqui Safra della dinastia di banchieri ha mandato il suo (Gulfstream) G4 per la sua ragazza. Aereo grande. Due letti. Due persone. Non male. Atterrati a Genova, siamo poi proseguiti per Portofino. Il migliore amico di Jacqui è l’intellettuale italo-francese Alain Elkann e la sua fidanzata ha casa accanto all’hotel Splendido. Si chiama Franca Sozzani, è piccoletta, un po’ hippie chic, capelli ricci fino alla vita, è direttrice di Vogue Italia. Io ero un po’ a disagio su moda e letteratura, temi su cui non me la cavo molto, ma ho tenuto botta. Alain è il ministro della Cultura italiano (!) e ci ha persino portati a una lezione che teneva ai librai, in un monastero… in italiano… abbiamo applaudito. Martedì sono tornata con aereo di linea ma mi son fatta dare la sedia a rotelle. In realtà cammino benissimo, ma così superi i controlli in un attimo”. Peggy Siegal, a questo punto la nostra eroina, ci pone qualche dubbio: se Epstein era una spia, e i resoconti che gli arrivano sostengono che Alain Elkann era ministro della Cultura, siamo messi malissimo. Non ci son più le spie di una volta. Ma appunto questi file sono così, ognuno dice la sua. Peggy è anche esperta nel fingere di dimenticare copie dei dvd dei film candidati agli Oscar tra barche e case dei potenti, sperando che si notino e vengano magari visionati. “Il discorso del re” viene mollato a Buckingham Palace, sperando che la regina (all’oscuro di tutto) lo veda, poi lei e altri armano tutta una campagna stampa che sostiene che la regina lo ha molto apprezzato. Il film vince 4 Oscar.
Anche i reali di seconda e terza categoria rendono questi diari simili al vecchio tomo capotiano. Là c’erano la principessa Margaret e Edoardo VIII e Wallis Simpson, qui, a parte il principe Andrea, c’è soprattutto la moglie dell’erede al trono norvegese, la principessa Mette Marit, prima ragazza madre a esser finita su un trono, e per cui si mette veramente malissimo, adesso: già ha il figlio sotto processo per stupro, ora vien fuori tutto un simpatico rapportino con Epstein.
Non mancano resoconti bancari, ecco i pagamenti per l’agenzia della nostra Peggy Siegal, e poi lei che reclama bonifici e ricevute proprio come noi poveri mortali. Come nei grandi romanzi, ci possiamo dunque identificare anche noi non miliardari. Gli Epstein files sono il grande romanzo di quest’epoca: in cui le élite sono più smandrappate di noi poveracci.