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Florida da bere. Nel “Sunshine State” volano i prezzi delle case. Il record

Emanuele Bevilacqua

Nel dicembre scorso, sei delle dieci compravendite immobiliari più costose degli Stati Uniti si sono concentrate lungo le coste dello stato del sud. Cos'è cambiato e cosa sta cambiando

C’è stato un tempo in cui la Florida era il posto dove si andava a svernare. O a scappare. O a ricominciare. Ora tutte queste azioni costano sempre di più.

Nel dicembre scorso, sei delle dieci compravendite immobiliari più costose degli Stati Uniti si sono concentrate lungo le coste della Florida. Non più e non solo a Manhattan o nella Bay Area, ma a Miami, Palm Beach, Fisher Island. Dove il sole non fa domande e il fisco nemmeno.

Il caso più vistoso è quello di Larry Page, cofondatore di Google, che ha speso oltre 100 milioni di dollari per una proprietà fronte baia a Coconut Grove. Ha acquistato un sistema di ville, con ettari di terreno, acqua privata, distanza di sicurezza dal resto dell’umanità. Un capriccio assieme a una dichiarazione d’indipendenza. Quando uno come Page compra, sta lanciando una posizione nuova sulla mappa dei luoghi che contano. Il mercato l’ha capito subito. I prezzi in alcune zone di Miami hanno superato soglie che fino a ieri erano appannaggio di Manhattan Sud o di Atherton, California. Fisher Island, raggiungibile solo in barca, è oggi il cap più caro d’America.

Il confronto con la California, a questo punto, è inevitabile. Per decenni la West Coast è stata il luogo dove si produceva ricchezza e la si vestiva di senso: innovazione, futuro, apertura, responsabilità. Oggi restano la ricchezza e l’innovazione, ma il contesto è cambiato. Regolazione fitta, tassazione elevata, conflitto politico permanente, un clima culturale che chiede al successo di spiegarsi, giustificarsi, redimersi. Non è una fuga di massa, ma una selezione: restano quelli che accettano il contesto, partono quelli che non vogliono più negoziare il proprio successo.

La Florida forse promette di essere migliore, di certo promette di non interferire. In un’America sempre più normativa, questa neutralità è un valore di mercato. Ken Griffin, fondatore di Citadel, ha acquistato un edificio per uffici a Wynwood per 180 milioni di dollari. E non certo per osservare da vicino gli storici murales, ma perché Miami non è più una cartolina esotica dove passare qualche settimana. La Florida ha infatti smesso di essere un’alternativa. E’ una destinazione primaria. Non è più il piano B di New York o San Francisco. Le ragioni sono note e non vale la pena fingere stupore: niente tasse sul reddito statale, regolazione amica, clima indulgente, meno pedagogia. In un’epoca in cui anche il successo deve esibire un certificato etico, la Florida offre una libertà più elementare, quella di non doversi spiegare.

Il lusso, del resto, è sempre stato un ottimo sensore. Arriva prima della politica, prima delle statistiche, prima delle analisi sociologiche. Miami non compete con New York sul piano culturale, né con San Francisco su quello dell’innovazione. Compete su un altro terreno, piuttosto impagabile, quello del vivere bene e in silenzio.