Il museo è dedicato al fondatore degli Emirati (foto Getty)
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Viaggio nel nuovo museo di Abu Dhabi dedicato all'emiro Zayed
Tra pedagogia silenziosa, sostenibilità e memoria nazionale, il nuovo edificio di Foster + Partners trasforma l’architettura in uno strumento di racconto
Abu Dhabi. Quando arriviamo sull’isola di Saadiyat, tra architetture simbolo come il Louvre di Jean Nouvel e il cantiere del prossimo Guggenheim del compianto Frank Gehry, le cinque torri affusolate del nuovo Zayed National Museum – visitato dal Foglio in anteprima – emergono a distanza come dei punti di riferimento, come delle ali ferme nel vento. Ci viene subito detto dalla nostra guida che non sono solo sculture, “ma degli strumenti”, in quanto dei camini solari che regolano il clima e il ritmo della visita. L’architettura di Foster + Partners regala scena e ordine – “il piacere della ragione”, come scriveva Le Corbusier – che diventa una forma di pedagogia silenziosa. Il terreno si distende in superfici chiare, dove luce e ombra si accordano per guidare il nostro passo. Ogni materiale e ogni linea, a cominciare dal grande giardino, suggerisce un ritmo di visita calibrato come l’ingresso: una soglia ampia e leggibile anticipata da una grande fontana. La luce cambia gradualmente e quell’architettura vi introdurrà in una dimensione più raccolta, predisponendovi a concentrarvi sulle opere. Le prime gallerie offrono un prologo naturale con fossili, mappe e reperti archeologici che raccontano la geologia e l’archeologia della penisola arabica.
Proseguendo, le sale dedicate a Zayed bin Sultan Al Nahyan (1918-2004), padre degli Emirati, lo sceicco illuminato che creò la confederazione, articolano la sua figura attraverso documenti d’archivio, fotografie e testimonianze audiovisive tra l’unità delle tribù, lo sviluppo dell’istruzione, la tutela dell’ambiente e la costruzione di infrastrutture. Gli oggetti, selezionati con cura, raccontano la concretezza delle scelte e delle trasformazioni, intrecciando la biografia dello sceicco con la storia del territorio. Non ci sono armi tra gli oggetti esposti, “perché qui la memoria storica si costruisce attraverso il lavoro, l’organizzazione e al cura del paesaggio, non con strumenti di conflitto”, precisa la guida.
In una sezione dedicata allo sviluppo, poi, il petrolio è presente, ma non domina la scena. La sostenibilità e la cura del patrimonio naturale emergono come temi centrali, percepibili come tessuto materiale della memoria nazionale. Il percorso si conclude nel bookshop che più che essere un mero spazio commerciale è un’estensione del museo stesso, ricco di volumi su storia, arte, architettura e cultura degli Emirati, pubblicazioni scientifiche e cataloghi delle mostre, oggetti di design e accessori. Uscendo, la luce del sole colpisce ancora le ali-torri, ridisegnando le ombre sul suolo. Ci si accorge allora che l’esperienza ha sedimentato uno sguardo: non un ricordo isolato, ma una percezione ordinata e misurata, una continuità tra spazio, luce, oggetti e memoria. Come nei luoghi evocati da Paul Valéry, “che non insegnano nulla, ma rendono intelligenti”, lo Zayed National Museum accompagna il visitatore fuori senza congedarlo davvero e ciò che resta è una disposizione dello sguardo che persiste nel tempo, la sensazione di aver attraversato un pensiero costruito con la cura del dettaglio e la disciplina del ritmo.