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Terrazzo
Fulco di Verdura e i gioielli che illuminarono il Novecento
Dall’infanzia palermitana alla consacrazione internazionale, l’immaginario fiabesco di un aristocratico siciliano che trasformò memoria e gioco in gioiello
Fulco Santostefano della Cerda duca di Verdura nacque a Palermo nel 1899 a Villa Niscemi, più precisamente sotto un affresco raffigurante Tobiolo con l’angelo, il pesce e il cane. La proprietà era vasta, le stanze ricche di collezioni. Fulco era un bambino vivace e irrequieto. Osservava, disegnava. Inventava “paesi, tracciandone le mappe con montagne, fiumi, laghi, golfi e isole” poi li popolava di “re, regine e ministri che spesso avevano gli stessi nomi dei nostri animali”; ma altre volte i paesi immaginari erano più sofisticati: vi vivevano Chateaubriand, il Baron d’Agneau e le Demoiselles de Caen.
Lo ritroviamo anni dopo a Venezia. Non è ricco – dopo la morte della nonna, la divisione dell’eredità aveva lasciato il ramo della sua famiglia senza risorse -ma è elegante, arguto e ha molti amici. Tra questi vi sono Sacheverell Sitwell, il principe Felix Yussupov, l’americano Cole Porter, Gabriella e Andrea di Robilant soprattutto che lo invitano alle famose feste nel loro palazzo sul Canal Grande. E’ un giovane molto a suo agio nella società ma è lo stesso ragazzo di allora. Non disegna più paesi e figure immaginarie sulla carta, ma li interpreta ai balli e ai ricevimenti. Affabula, racconta storie. Come spesso nei siciliani, la sua cultura prende una declinazione erudita. Si compiace un po’ dell’appellativo che gli vien dato di “Petit Larousse roulant”. All’arte, ai costumi, alla moda s’interessò quasi per gioco, com’era nella natura e nei pregiudizi di un aristocratico meridionale che vedeva con diffidenza qualsiasi attività lucrativa. Fu una delle sue amiche, Linda Porter, che lo indusse ad andare a Parigi. Le prime importanti commissioni le ebbe lì da Coco Chanel. I suoi gioielli erano fantasiosi e variopinti. Non sempre Fulco impiegava pietre preziose. A volte erano pietre semipreziose, comuni nella bigiotteria. Ma l’esuberante senso plastico, l’armonia vivace degli accostamenti davano un’inconfondibile grazia all’eterogeneità dei materiali. Erano gli anni Venti. Nell’arte di Fulco il gelo déco si scioglieva in movenze d’allegro rococò. C’è qualcosa di teatrale nelle spille e nei bracciali di Fulco che ne spiega il successo in America, dove si trasferì nell’autunno del 1934. Le sue creazioni cominciarono a vedersi indosso alle grandi dive del cinema: sia Greta Garbo che Joan Crawford furono immortalate con le bizzarre spille e coi braccialetti di Fulco. Da lui si rifornivano Vivien Leigh, Marlene Dietrich e Orson Welles. Cosa incantava a tal punto i suoi clienti?
Le Estati felici (questo il titolo della sua biografia, apparsa dapprima in inglese con un più impersonale A Sicilian Childhood), vissute tra i giardini di Villa Niscemi e i bagni di Mondello, furono ben più d’una stagione incantata per l’artista. Furono l’origine d’ogni ispirazione. C’è un che di comune fra Fulco di Verdura e altri patrizi palermitani della sua generazione, come il poeta Lucio Piccolo, barone di Calanovella: una fissazione per un mondo fiabesco e infantile, nutrito d’aneddoti familiari, di leggende storiche, di miti e di fole. E anche se le fonti figurative del duca di Verdura non si limitavano all’immaginario della sua isola lontana, soffiava su tutte un alito di favola: mori, cammelli, croci di malta, unicorni, conchiglie. E nella libertà con cui mescolava gemme rare, perle imperfette e comuni valve marine, raccolte sulla spiaggia, c’era, oltre a un gusto manieristico da wunderkammer, la signorile nonchalance di un grande Pari borbonico. Quando gli domandarono di dar seguito alla sua autobiografia rispose: “Non accadde più niente dopo che ho compiuto quindici anni”. Non aveva tutti i torti.