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Terrazzo 

Pantheon classico e sempre attuale  

Manuel Orazi

Sono stati riaperti gli ambienti al primo piano dell'ultimo tempio pagano a essere riconvertito in chiesa. Le sale testimoniano come il monumento rappresentasse la testata di un sistema urbano longitudinale, che coinvolgeva l’intero isolato urbano fino all’odierno largo Argentina

C’è un piccolo nuovo museo a Roma, passato inosservato perché si trova nei meandri di un monumento romano (il più bello di tutti secondo Stendhal) nonché l’unico provvisto di tetto a essere rimasto in piedi dall’epoca della sua costruzione fino a oggi, il Pantheon. E che tetto! Marguerite Yourcenar nelle sue Memorie di Adriano fa dire all’imperatore “La cupola, costruita d’una lava dura e leggera che pareva partecipe anche del movimento ascensionale delle fiamme, comunicava col cielo attraverso un largo foro, alternativamente nero e azzurro (…). Le ore avrebbero percorso in circolo i suoi riquadri, accuratamente levigati da artigiani greci (…). La pioggia avrebbe formato una pozzanghera pura sul pavimento; la preghiera sarebbe volata simile al fumo verso quel vuoto nel quale collochiamo gli dèi”. Greco del resto è anche il nome, anche se nulla è più romano del Pantheon, ultimo tempio pagano a essere riconvertito in chiesa come Santa Maria ad Martyres, perciò conserva la più antica icona bizantina ed è ancora una parrocchia dove si celebra messa regolarmente. Riaprire gli ambienti al piano terra significa dunque toccare con mano le fasi storiche di tutta la città: quelli retrostanti alla Rotonda, distribuiti su due piani, sono ricavati tra i contrafforti che congiungevano il Pantheon di Agrippa e la Basilica di Nettuno (I sec a.C.) alle sue spalle.

 

Oggi sono stati resi visitabili per la prima volta secondo un progetto dello studio Startt sotto la supervisione del direttore del museo Luca Mercuri e di Gabriella Musto. Le sale testimoniano come il monumento rappresentasse la testata di un sistema urbano longitudinale, che coinvolgeva l’intero isolato urbano fino all’odierno largo Argentina, prima che gli interventi realizzati durante il Regno d’Italia demolissero parte della Basilica e isolassero il monumento, con l’obiettivo di farne il mausoleo di Vittorio Emanuele II. Ai Savoia il Regno avrebbe voluto destinare il monumento per sempre mentre il pantheon dei grandi italiani doveva essere in Santa Croce a Firenze, cantata da Ugo Foscolo e perciò oltre a lui vi riposano Galileo, Michelangelo, Alfieri, Rossini. In quello romano invece ci sono, su tutti, Raffaello e i suoi allievi Giovanni da Udine, Perin del Vaga, Baldassarre Peruzzi, ma anche Taddeo Zuccari, Jacopo Barozzi da Vignola, Annibale Carracci, Arcangelo Corelli – mica male. Sono dunque molti gli strati storici e simbolici che si sono sovrapposti in questo monumento che nei secoli scorsi è diventato il faro dei classicisti, imitato perciò ovunque, a Parigi da Jacques Soufflot come in Virginia da Thomas Jefferson, forte anche del più grande gesto di nonchalance della storia: Adriano che lo ricostruisce più grande di quello precedente, lascia comunque sul fregio il nome di Agrippa che lo ha preceduto, al contrario del presidente Trump che ha aggiunto il suo nome sul fregio del Kennedy Center senza migliorare affatto l’edificio. O tempora, o mores.

 

A ogni modo grazie alla riapertura di questi spazi apparentemente minori che culminano al piano superiore con un museo virtuale, il Pantheon è stato di fatto ampliato, sebbene impercettibilmente, dall’esterno. Secondo Simone Capra di Startt, “L’intervento è un lavoro di accessibilità modulato attraverso una sequenza di microarchitetture, un percorso narrativo che permette l’accesso alla cappella, ai passaggi che intercettano i contrafforti fra la Rotonda e l’abside della Basilica di Nettuno, infine ai cosiddetti grottoni al primo piano attraverso un nuovo ascensore oltre al fosso del diavolo esterno riordinato”. Tu chiamala, se vuoi, archeologia inclusiva.

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