Alterazioni Video, Caserma dei Carabinieri, Acri, Cosenza, 2018
Ode all'Italia incompiuta. Dalle seconde case calabresi al Gabibbo in Liguria. Un libro
Alterazioni Video e Fosbury Architecture leggono un’Italia fatta di viadotti interrotti, ponti monchi e sogni pubblici rimasti a metà. Scale nel vuoto, dighe fantasma e palazzetti inutilizzati. Antologia di un paese bloccato tra promesse, burocrazia e abbandono
Attraversando in auto un paesaggio “che ricorda la Louisiana”, come cantava Nino Ferrer, succede nel meridione italiano, tra sterpaglie e palme decimate dal punteruolo rosso, di incappare in una forma architettonica inusuale e caratteristica, quella del non-finito. Case potenziali, villette ideali, magioni abbozzate, bicocche bloccate dalle leggi e dai finanzieri, dai sovrintendenti e dalle bancarotte, che le fanno assomigliare alla “casetta tanto carina, senza soffitto senza cucina” della canzonetta di Moraes. Ma il mondo italiano del non-finito si estende anche alle opere pubbliche, statali e municipali, spesso promesse in campagna elettorale. Pensiamo solo alla veltroniana vela di Calatrava, diventata infatti set cinematografico per rappresentare scene di criminali che si sparano, luogo in cui Roma somiglia a Gotham City. Un libro di Humboldt Books, Incompiuto, compilato dal collettivo “Alterazioni video” e da Fosbury Architecture (già sette anni fa e qui esteso), mette insieme tutti questi abbozzi architettonici sparsi per il paese. “Come antropologi della surmodernità, ci muoviamo nei paesaggi periferici, nei cantieri eterni, nelle cattedrali del vuoto”, scrivono gli autori. Alterazioni video già nel 2008 aveva proposto Il Manifesto dell’Incompiuto Siciliano, perché è lì che questo stile, “il più importante in Italia dal secondo dopoguerra”, raggiunge il suo massimo splendore.
Basta Terragni, goodbye Piacentini, dimentichiamo i BBPR, il nostro paese negli ultimi decenni ha donato all’immaginario collettivo scale di cemento che finiscono nel nulla, gradoni spuri, colonne solitarie, pareti nude da cui spuntano spunzoni, laterizi scoperti, ponti interrotti, ciminiere troncate, viadotti a intermittenza, pontili monchi, piscine vuote, impalcature abbandonate, trafori dimenticati. Come in una scena fantascientifica, alcuni lampioni scrostati spuntano da un campo di erbacce dove, a Faeto, Foggia, doveva nascere un “centro turistico”. Una diga incompiuta a Nuoro trasforma la Barbagia in un possibile set apocalittico – da segnalare a Villeneuve per il prossimo Dune. Un cimitero mai terminato a Marsala sembra perfetto per un neo-spaghetti western con le Fiat Ritmo al posto dei cavalli. Il grande nuovo stile italiano tocca tutto: centri migranti, “edilizia residenziale pubblica”, dighe, ospedali, chiese, case di cura, teatri, scuole, prigioni, mercati, canili e un tripudio di palazzetti dello sport, tra Reggio Calabria e Matera, Pomezia e Cinisello Balsamo. Luoghi comunitari che, prima di nascere, sono già rovine per gli archeologi del futuro. I geometri italiani diventano come dei bimbi con l’Adhd che lasciano una costruzione Lego a metà. E ovviamente nel catalogo non mancano le varie fasi a singhiozzo del Ponte sullo Stretto, fatica pubblica di Sisifo.
Nell’enciclopedia di Humboldt c’è anche un testo di Antonio Ricci, il nostro Lorne Michaels, dal titolo ligurissimo di Besugoland. Ricci racconta il primo servizio di Striscia sul non-finito nel ’92, quando il Gabibbo reporter va a San Remo a vedere un viadotto che finisce in un cimitero, perché avevano sbagliato male i calcoli e dovevano sistemare i piloni tra i morti. “Le immagini erano spettacolari: il Gabibbo si sporgeva dall’alto del viadotto incompiuto e guardava giù verso le tombe. Sembrava un’installazione artistica con fin troppe facili metafore sul senso della vita”.