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Terrazzo
Ascesa e declino di Sestrière, la montagna che non piaceva all'Avvocato
Sequestrata una delle due torri nella località degli anni Trenta che il Senatore Agnelli creò dal nulla. Non entrò mai nella mitologia immobiliare di famiglia
Forse per eccesso di zelo, visto il recente caso svizzero: così è stata messa sotto sequestro due giorni fa la torre rossa del Sestrière. E’ il comune più alto d’Italia, con 2035 metri sul livello del mare, ma era nato come avamposto sciistico della Fiat. Negli anni Trenta infatti il Senatore Agnelli fondatore dell’azienda, pare dopo un viaggio in Finlandia, aveva comprato, per pochi centesimi al metro quadro, i terreni, e poi fece costruire alberghi, impianti di risalita, eccetera. “Era stato affidato al figlio del Senatore e padre dell’Avvocato, Edoardo, come una perfetta macchina da sci”, racconta al Foglio Benedetto Camerana, architetto, e direttore del museo dell’Auto di Torino. “Con la sua altitudine, e la connessione con le piste da sci, Sestrière era un posto unico, certamente la miglior stazione sciistica d’Italia, e all’inizio aveva radunato teste coronate e mondanità da ogni parte d’Europa attorno a Edoardo Agnelli e alla moglie Virginia Bourbon del Monte”. La torre rossa, che sorge in “piazza Agnelli”, è stata sequestrata nei giorni scorsi pare per problemi alle misure antincendio. E’ un hotel tre stelle, oggi. Poi sorse anche la più grande torre bianca. “Dall’inizio ci fu una sorta di conflitto di visioni tra quella del Senatore, che voleva una stazione sciistica per i dipendenti Fiat, e quella del figlio, che pensava a un luogo più esclusivo”, dice Camerana. Comunque, finché è vivo Edoardo (che muore nel ’35 per il famoso incidente con l’idrovolante), Sestrière rimane un posto scicchissimo. Oltre alle due torri cilindriche e brutaliste c’è anche il più classicheggiante Principi di Piemonte, andato pure a fuoco un mese fa, ma senza conseguenze. Tutto diverso, aveva la sembianza dei grand hotel alpini, dei vari Palace sparsi tra Gstaad e l’Europa, con le torrette, ed era stato disegnato da Giovanni Chevalley, una specie di archistar di inizio ’900 che sistemava anche le residenze Agnelli. Tutte le strutture comunque erano il non plus ultra per l’epoca, dall’hotel si accedeva direttamente alle piste. E fino agli anni Cinquanta Sestrière rimane un “place to be”: Carlo Mollino, un altro archistar da neve, “vince il rally di Sestrières nel ’55 con la sua Alfa Romeo Zagato”, dice sempre Camerana. Anche se in realtà la Seconda guerra mondiale ha impedito un po’ il pieno sviluppo della località. Poi ne nasceranno altre, come Cervinia, e un po’ il prestigio del Sestrière rimane appannato, condannato a una clientela locale. Non è mai entrato neanche nella mitologia immobiliare della dinastia, anche se vigeva lo stesso format feudale di altri luoghi. Per trent’anni infatti ne fu sindaco Giovanni Nasi, un ramo della famiglia, com’era tradizione gattopardesca (vedi Chevalley): l’Avvocato sindaco a Villar Perosa, Susanna a Monte Argentario, la recentemente scomparsa Maria Sole a Campello sul Clitunno in Umbria). Sestrière tornò in voga nel 2006, dopo la morte dell’Avvocato, con le gare di sci alpino per le Olimpiadi. Che poi l’Avvocato, che pure era il massimo testimonial turistico-sciistico che si potesse desiderare, non lo amava né lo sponsorizzava molto, anzi per niente, preferendo St. Moritz o Gstaad: qui ci veniva poco, forse per i ricordi infelici paterni (c’è anche una chiesa intitolata a Sant’Edoardo, come si chiama pure il figlio suicida dell’Avvocato). La scissione tra lusso-mondanità e invece turismo da efficiente dopolavoro aziendale era evidente anche nella scelta dei professionisti: Chevalley faceva le ville e il palazzetto, invece delle torri fu autore Vittorio Bonadè Bottino, ingegnere, a cui il Senatore aveva fatto anche finire i lavori del Lingotto perché l’iniziale Giacomo Matté-Trucco andava per le lunghe. Bonadè Bottino (nomi stupendi) disegnerà anche lo stabilimento di Mirafiori, e quello russo di Togliattigrad. Oltre a Sestrière, che aveva ideato con un occhio al risparmio energetico, con finestre speciali per centellinare la luce elettrica, si specializzò però in luoghi ricreativi: farà il Principi di Piemonte a Torino, la Colonia Fiat a Marina di Massa, praticamente identica al torrione bianco di Sestrière, e soprattutto l’Hotel Campo Imperatore sul Gran Sasso, quello dove nel ’43 fu imprigionato Benito Mussolini dopo la caduta del fascismo. Il Duce fu trasportato in questa località considerata inaccessibile, in attesa di passarlo alle forze angloamericane. Arrivò a Campo Imperatore il 28 agosto, dopo essere già stato prigioniero a Ponza e alla Maddalena, ma il 12 settembre, invece, i tedeschi con alianti e paracadutisti riuscirono ad atterrare davanti all'albergo e a liberare il prigioniero nella famosa “Operazione Quercia”. Da lì poi Mussolini andrà in Germania, quindi la Repubblica di Salò, eccetera. Alloggiava, al Gran Sasso, nella stanza 220, che pare sia intatta e meta di pellegrinaggi che si immaginano, mentre l’hotel cade completamente a pezzi e dovrebbe essere presto ristrutturato. Speriamo non ci arrivi Rita De Crescenzo con le sue truppe, o forse invece sì, ma questa comunque è tutta un’altra storia, vabbè.