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terrazzo

A Roma il ponteggio è diventato cool

Andrea Bentivegna

Il collettivo Robocoop e i lavori a palazzo Mattei

Carlo Maderno, protagonista del barocco romano, progettò palazzo Mattei di Giove alla fine del ‘500. L’edificio, nel cuore del ghetto, dietro una facciata severa riserva, ai curiosi che ne varcano la soglia, uno dei cortili più incredibili di Roma. Questo spazio fu infatti ideato per esporre la vasta collezione di sculture posseduta dal duca Mattei. Sarcofagi, busti, frammenti antichi: lo spazio diviene un suggestivo lapidarium a cielo aperto in cui architettura e scultura si confondono. 

  
Ebbene oggi, in occasione del restauro, la Soprintendenza Speciale di Roma ha incaricato il collettivo ROBOCOOP di trasformare i ponteggi necessari ai lavori in un’istallazione. È nato così BassoRilievo, una vera e propria architettura effimera e straniante che dialoga per analogia con il cortile di Maderno. 

 

   

 

ROBOCOOP - il cui nome rimanda solo apparentemente a distopici futuri cinematografici - è in realtà un acronimo che sta per Roma Bologna Cooperazione, essendo infatti composto da un duo di artisti-architetti ormai impegnati da un decennio in un’originale ricerca figurativa che ha prodotto diverse istallazioni. Ciò che ROBOCOOP propone per palazzo Mattei è un’illusionistica quinta architettonica ottenuta accostando fotograficamente frammenti eterogenei di opere di Carlo Scarpa, Luigi Moretti ma anche di Amin Taha e ovviamente di Maderno stesso. Il risultato è un finto ma verosimile portale che trasforma lo spazio del cortile in qualcosa di inedito. Frammenti della palazzina Girasole accostati a particolari del negozio Olivetti o della Fondazione Querini-Stampalia ma anche citazioni dell’edifico londinese reinventato da Taha pochi anni fa in Upper Street e, ovviamente, il capolavoro di Maderno, la facciata di Santa Susanna. Un ensemble di voci diversissime in grado di tramutarsi in un’opera corale. Un’illusione architettonica non così diversa, almeno nei presupposti, da quelle barocche: vere e proprie invenzioni urbane capaci di trasformare lo spazio.

 
L’opera si pone in continuità con una fortunata stagione romana a cavallo tra i ‘70 e gli ‘80 – per la verità oggi spesso rimpianta - che attraverso istallazioni effimere ha saputo riscoprire il suo passato. Vengono a questo proposito in mente i progetti delle arene per la nicoliniana Estate Romana o le mitiche mostre firmate da Maurizio Di Puolo al Palazzo delle Esposizioni ma soprattutto l’allestimento inventato nel 1984 dallo Studio Transit per il Colosseo, in cui si ricostruiva, al vero, un’intera sezione dell’Anfiteatro Flavio. Tutte opere durate appena qualche mese ma in grado di innescare un vero e proprio cortocircuito necessario a guardare con occhi nuovi il passato di Roma.

 
Insomma, in una città sempre più impacchettata, tra restauri giubilari e bonus 110, la Soprintendenza e ROBOCOOP dimostrano che le impalcature di tubi Innocenti possono tornare ad essere un’occasione per sperimentare architettura e non un solo un business di gigantografie pubblicitarie.