A general view during the Damien Hirst Archaeology now exhibition, sponsored by Prada at Galleria Borghese on June 07, 2021 in Rome, Italy. (Photo by Elisabetta Villa/Getty Images for Prada)  

TERRAZZO

Hirst fa naufragio a Villa Borghese

Michele Masneri

La grande mostra alla Galleria Borghese. Una riflessione su contemporaneità e "classico" che chiude un ciclo di mostre “storiche”. Proteste e pois

Altro che “fuori le grandi navi da Venezia!”; il galeone di Damien Hirst è felicemente spiaggiato a Villa Borghese. Apre al pubblico “Archaeology Now”, la gran mostra con le sculture del massimo artista globale confuse e mimetizzate tra le opere “classiche” del museo romano.

 

Dunque, ancora dal relitto dell’Umbelievable, galeone immaginario di un collezionista antico dal cui affondamento sarebbero stati ritrovati questi improbabili manufatti, che da dieci anni Hirst astutamente fa percolare per il globo (con primo download  nella colossale mostra a palazzo Grassi nel ‘17).

 

Eccone altri lotti:  un enorme piedone di un Apollo perduto con topo sopra che gliela rosicchia  ad accogliere i visitatori (un avvertimento, Raggi?), e poi crani di unicorno, uno pieno di muschi e spugne e l’altro bello lustro, proprio sotto la dama con l’unicorno di Raffaello. Accoppiamenti giudiziosi: una “reclining woman” di Hirst su lettino Impero identica alla Paolina Borghese che sta esattamente nella stessa posizione ma al piano terra, però qui incrostata di muschi e spugne da naufragio.

 

La vera Paolina del Canova invece è scortata da una doppia schiera di nudi che sembrano manichini della Rinascente.  E conchiglie, schiavi, cerberi, idre, e meduse; e tanti pois, ma solo quelli fatti a mano. Le opere non sono come si dice “site specific” ma provengono appunto dalla stiva di Hirst, e dunque chissà come si sarà divertita la geniale Anna Coliva, direttrice uscente e curatrice di questa mostra, che ne segna gloriosamente l’apoteosi dopo anni in cui ha fatto dialogare il “magic box” della Borghese con la più scatenata contemporaneità.

 

E qui, di nuovo, in questa mostra fatta in collaborazione con Prada, “che orrore!” urlano dei benpensanti vintage. C’è addirittura una raccolta di firme contro quest'ennesima riflessione su cos’è il classico (ma quando Canova veniva messo accanto a Bernini si saranno fatti la stessa domanda? Per fortuna non c’erano i social). E prima ancora, però, modernissimo Scipione Borghese, come i collezionisti di oggi dotati di occhio e portafoglio e hangar a Ginevra, sapeva mischiare abilmente antico e contemporaneo forse anche in vista di rivalutazioni future e investimenti anticiclici.

 

Il fatto, semmai, è che Hirst è davvero “classico”, già. E la “Gypsy girl” secentesca di Cordier accanto oggi alla sua Atena  non stona per niente.  Unica nota di contemporaneità e di clash, unica  vera installazione site specific, è piuttosto l’Estetista cinica, l’influencer di creme di bellezza  e ormai  intellettuale di riferimento del Paese riflessivo, che si vede appostarsi qui tra le statue vecchie e nuove “di galleria Borghese”, come dice lei, senza articolo, per irraggiare di stories clienti e followers che tra una ceretta e un fango anticellulite seguiranno lo spiegone online (forse la trasferta romana la porterà anche da Carlo Calenda, con cui ha fatto una seguitissima diretta qualche giorno fa).

 

Chissà che direbbe il sòr principe Scipione di tutte queste contaminazioni! Intanto, per la disperazione dei romani famelici di gran buffet, dopo due anni di magra, non c’è vernice, ma solo visite guidate in gruppi, comunque eleganti. Sulla porta, un omone ingrugnito di bronzo nero, con panza e posa mussoliniana, è “The collector”, dunque autoritratto dell'autore-armatore della mitica nave hirstiana, e pare una statua perfetta per essere imbrattata o divelta da folle del Black Lives Matter (movimento che però a Roma non ha ancora attecchito. Ma tutto arriva in ritardo, qui, si sa).  

 

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  • Michele Masneri
  • Michele Masneri è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. Ha  pubblicato con Adelphi “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla California, durante la prima elezione di Trump, mentre presto uscirà il suo saggio su Arbasino, “Stile Alberto” per Quodlibet.