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Gli interni dello Strega

Casa Bellonci in restauro: il rito della Cinquina va in scena per una volta a piazza di Pietra, nell’ex Borsa valori romana, fra turisti e curiosi

16 Giugno 2019 alle 06:06

Gli interni dello Strega

foto LaPresse

La Cinquina, la Cinquina! Per i piazzamenti e gli intrighi del premio letterario più famoso d’Italia si rimanda agli articoli seri; qui contano, semmai, le liturgie, le litanie, i simboli, di un rito che tutti amiamo detestare e i cui minimi scarti alla norma generano panico.

 

Lo Strega è infatti come Sanremo: deve essere il più possibile tradizionale, cadente, mortifero. Per sconfiggere lo spaziotempo. La modernità deve restare fuori e ogni novità allarma: così quest’anno ecco che la semifinale che spiana la strada ai cinque concorrenti più votati - la Cinquina appunto, termine che rimanda istintivamente a tombolate - si svolgeva non più presso la identitaria casa Bellonci ai Parioli, bensì nella centrale piazza di Pietra. Dunque, già, inquietudini. E addio – temporaneo – all’appartamento misterico che era di Maria Bellonci, scrittrice di gialli gonzagheschi, Game of Thrones pre-sovranisti. Sarà solo per quest’anno, ma gli animi sono comunque scossi (chissà mai che il provvisorio diventi perenne, e ci si ricorda ancora, comunque, la versione hi-tech della finale all’Auditorium, quella del 2016, che tutti hanno vituperato).

  

Ma l’appartamento è in restauro, e si attendono dunque modernizzazioni definitive, dopo le migliorie degli ultimi anni: i neon che illuminavano di luce azzurrina e sberluccicante, come di carrozzeria o sala operatoria, quelle stanze dense di libri e biblioteche polverose. Era un viaggio, nel senso di trip, a partire dall’ascensore di legno lentissimo, bofonchiante, in una tromba di scale sontuosa anni Quaranta perfetta per suicidi da telefoni bianchi o remake di Suspiria. Al quarto piano, la temperatura era sempre altissima, tra gli afrori di naftalina e i tanti vecchi volumi e le stufe in muratura, e i Mafai e i Morandi e i fratini tarlati. I flussi di corpi, i lini e le forfore autoriali si scontravano nei corridoi, in frontali coi catering feroci che si snodavano tra scaffali e tappezzerie e fili elettrici. Vassoi in silverplate contenevano desolati tramezzini col pan carré che si alza e arriccia ai vertici, tipo stella di mare spiaggiata. E poi i camerieri, di una razza virile e feroce che alligna solo allo Strega, e si credeva estinta: ti guardavano male, dicevano tra loro – ma facendosi sentire – “ahò, ma quando se ne vanno, questi”. C’era poi lo spoglio, in uno stanzone finalmente raffrescato, con due condizionatori marca Daikin tra gli arredi neorinascimentali di Goffredo e Maria Bellonci, un ritratto della padrona di casa di Leonetta Cecchi Pieraccini, moglie cattiva d’Emilio Cecchi, le foto con dedica dei Parise, il parquet spina di pesce di desolata consunzione.

  

Adesso tutto sarà ristrutturato, e sarà la grande novità 2020; mentre quest’anno, ecco questa sede molto centrale ed ecumenica. Già dogana vaticana, poi Borsa valori romana, prima ancora tempio dedicato all’imperatore Adriano divinizzato; una Piazza Affari romana ma senza il dito di Cattelan. Di fronte, il bar “Salotto42”, per gioventù rombanti in blazer, e cougar locali e di importazione. Anche, dei motociclisti che rombano nella piazza pedonale, tipo Amarcord o Dogman. Altre nostalgie, renziane – era il bar preferito di quelle genti andate, dietro palazzo Chigi.

  

Il tempio di Adriano fuori sembra appunto un tempio, ma dentro è una saletta Freccia Alata: poltroncine di pelle, maxischermi, boiserie neoclassiche tipo Porta a Porta (qui Bruno Vespa officia tutte le sue presentazioni).

 

Quest’anno per lo Strega si respira dunque una bella aria di modernità, per quanto provvisoria; camerieri urbani, un piccolo red carpet, tabelloni elettronici tipo Fiumicino. Anche il cibo è aeroportuale, da business o premium economy; polpettine, involtini di salmone, cous cous. Finger Food. Per fortuna Clemente Mastella, sindaco di Benevento, genius loci streghesco, presiede un salottino apparecchiato proprio all’ingresso: per salutare gli ospiti, controllare arrivi e partenze: ma soprattutto garantire che nulla potrà mai cambiare.

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente a Roma. È editor at large di Rivista Studio, e scrive schizofrenicamente di economia, cultura e società oltre che sul Foglio, su IL del Sole-24 Ore, su Style del Corriere della Sera. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si chiama "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax.

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