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L’idea perfetta di “Propaganda”: parlare di politica senza politici

Tweet, tu me provochi e io me te magno. Il programma di Zoro recupera un ruolo alla conduzione e restituisce dignità al giornalismo televisivo

21 Settembre 2018 alle 06:00

L’idea perfetta di “Propaganda”: parlare di politica senza politici

Photocall della trasmissione Propaganda su La7 (foto LaPresse)

C’è un’intuizione, tra tante che certamente caratterizzano e rendono interessante “Propaganda Live”, in onda su La7 il venerdì sera. Non si saprebbe dire neanche se sia una scelta stilistica e strutturale o una casualità di inizio stagione. L’idea è tutta qui: in un programma eminentemente politico non ci sono politici, almeno non in carica. Anche se ci fossero non sembrerebbe comunque di avere a che fare con la classica ospitata. Eppure si parla dei temi politici di attualità, ma smontando l’illusione, si tratti di sogno positivista o ambizione marchettistico/carrieristica, che dalle interviste possa venir fuori qualcosa. E ancor più che possa spremersi alcunché di utile dal colloquio uno a uno con i ministri a 5 stelle (caratterizzati dall’ineffabilità, vedere le recenti prove di Bonafede e Toninelli per credere) o con gli assertivi leghisti, sia che si tenti la strada della empatica accondiscendenza (ci spieghi la sua riforma…) sia che si indossino i panni del duro (adesso ci spiega questa sua riforma piena di difetti!), il risultato è terribilmente omologato, sa di Casalino, odora di Casaleggio, non interessa.

      

Da Diego Bianchi non succede. Si accenna a ministri e politici, o li si mette proprio in mezzo, magari con il gioco apparentemente facile di colpirli quando mettono la testa fuori dalla tana e si concedono su Twitter o su Facebook. Quella è propaganda, certo, ma a “Propaganda” sanno prenderla, decontestualizzarla, smontarla e renderla per prima cosa inoffensiva e poi, soprattutto, con la più piena delle nemesi, veritativa. Dell’intento propagandistico, cioè, prendono il valore di facciata, esattamente ciò che il tal ministro ha scritto o filmato di se stesso. Lo valutano, lo leggono, lo guardano, zoomano, rallentano, accelerano. Zoro svolge il ruolo di quello che nelle squadre di pallavolo riceve la battuta: non può contestarla, la accetta com’è, ma può stopparla e contestualmente alzare la palla per qualche compagno e poi arriva non una ma una serie di schiacciate, come se si potessero ripetere in base a più schemi diversi. Tweet, tu me provochi e io me te magno.

     

E’ l’unico modo, e sorprende il ritardo in questa direzione dei talk più classici, per recuperare davvero un ruolo alla conduzione giornalistica e per restituire dignità al giornalismo televisivo da programma lungo in studio. Zoro governa il suo peculiare pluralismo puntata per puntata, guida il dibattito e il ritmo non è calato dall’esterno, così tanto per far sentire che ci si sta provando, ma è proprio quello che corrisponde alla partitura. Opinioni non contro (quello ormai è un giochino rotto, smontato per sempre dalla tecnica degli urlatori e dagli scuotimenti di testa) ma “ad aggiungere”; si affastellano le idee e le analisi, in uno studio dove, certo, si è un po’ tutti d’accordo, ma, altra intuizione derivata dalla prima, mettendo in pratica la convinzione che il racconto politico funziona e letteralmente arriva da qualche parte se c’è una sostanziale concordia di vedute, e se non vi piace cambiate canale. Ma perdereste qualcosa.

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