Abstract è più che una serie sui designer. E’ la capacità di rendere affascinate l’ordinario

Su Netflix l’attività di otto tra i migliori designer del mondo e il significato di che cosa vuol dire fare arte o meglio occuparsi di forme d’arte

Abstract è più che una serie sui designer. E’ la capacità di rendere affascinate l’ordinario

Foto tratta da Netflix

Roma. “Quello che importa è la storia, il messaggio, il sentimento, il legame. Questo è design”. Abstract, docu-serie Netflix in otto puntate non è un prodotto per soli iniziati, anzi. E’ esattamente il contrario. Racconta sì l’attività di otto tra i migliori designer del mondo, da illustratori a graphic designer passando per un architetto, un fotografo, un designer di auto e uno di scarpe, ma lo fa mettendo al centro della propria narrazione il significato profondo di che cosa vuol dire fare arte o meglio occuparsi di forme d’arte che in modo più o meno pragmatico hanno una ricaduta sulle persone e sul loro modo di vivere. E’ questa infatti la sfida più grande che viene dichiarata, in modo più o meno esplicito, da tutti i designer raccontati: tenere insieme, legati in modo indissolubile, la tecnica e l’arte, l’emozione e l’utilità, costruendo manufatti che durino il tempo di una notte – come per Es Devlin che fa la stage designer per gli show di artisti del calibro degli U2 – o che resistano al passare del tempo come le architetture di Bjarke Ingels. Ed è interessante osservare come anche gli artisti che si occupano di aspetti più liminali, si pensi a Tinker Hatfield designer di scarpe per la Nike o a Ralph Gilles che disegna auto per la Chrysler, partano tutti dal desiderio di raccontare una storia, che comprenda la tradizione e gli stimoli della realtà rielaborati in modo nuovo (Hatfield ad esempio dice di essersi fatto ispirare dal Centre Pompidou di Renzo Piano per disegnare il primo modello di Air Max, rendendo la struttura interna della scarpa evidente ed in un certo qual modo estroflessa).

 

 

 

“Abbiamo due occhi, due orecchie e una bocca. E dovremmo utilizzarli in questa proporzione” ci ricorda Ilse Crawford, interior designer con base a Londra, che dichiara l’importanza di farsi ispirare dalla realtà, da quello che ci circonda come stimoli e opportunità. E poi certo c’è il messaggio, quello che si vuole comunicare, che va di pari passo con il sentimento, o meglio l’emozione. Ed in questo sono maestri Christoph Niemann, talentuoso illustratore per il New Yorker, e Paula Scher – regina newyorchese del graphic design, che ci mostrano come si possa creare emozione e quindi empatia semplicemente scegliendo un certo carattere grafico o un’immagine che insieme abbellisca e dispieghi il significato profondo di ciò che si vuole raccontare. Ma in Abstract c’è molto altro: c’è soprattutto la capacità, di cui gli americani sono maestri incontrastati, di rendere affascinate l’ordinario, il dettaglio, gli aspetti meno appetibili delle varie professioni proprio grazie all’innata capacita di costruire storie, di rendere tutto narrazione. Lo stile scelto è asciutto, definito, quasi asettico ma non per questo privo di carica emozionale – sì, si può rendere coinvolgente anche la scelta di un tessuto per la tappezzeria o il disegno di una linea curva per il faro anteriore di una macchina. Perché quello che alla fine conta è il legame che si crea tra l’oggetto e noi, quel rendere prossima e in qualche modo necessaria la sua presenza, non solo per la sua bellezza intrinseca, perché in ballo c’è molto di più. “Il design non è soltanto un fatto visivo: è un processo cognitivo. E’ uno strumento per potenziare la nostra umanità”.

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