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Così la Switch ha portato in famiglia l’ossessione Fortnite

Finché c’era Mario Kart, pensavo di aver trovato una convivenza equilibrata con i videogiochi in famiglia. Poi è arrivato questo gioco e tutte le mie speranze sono crollate

3 Giugno 2019 alle 19:11

Così la Switch ha portato in famiglia l’ossessione Fortnite

Questo articolo è stato pubblicato nel numero del Foglio innovazione di maggio. Martedì 4 giugno il nuovo appuntamento con il mensile tech del Foglio a cura di Eugenio Cau che potete scaricare qui a partire dalle 23,30 di oggi, lunedì 3 giugno.

 


 

Quando Carlo Calenda ha detto che in casa sua i videogiochi non entrano perché non vuole figli ebeti, a casa mia stava arrivando la Nintendo Switch, la prima console della vita di mio figlio, e della mia. Avevo fatto finta di partecipare alla decisione d’acquisto, simulando interesse di fronte ai video di comparazione prodotto – meglio la Switch o meglio non mi ricordo cosa? – e a quelli di “unboxing”, ma tanta amorevole finzione mi si è presto rivoltata contro. In famiglia tutti hanno creduto che io fossi consapevole di quel che stava per accadere – una console in casa! – mentre per me si trattava semplicemente di un altro gioco in arrivo, che non avrebbe mai attirato la mia attenzione e non avrebbe mai scalfito, in termini di pensieri dedicati, la superiorità acclarata di ben altri strumenti, primo fra tutti il Dyson, il-phon-delle-meraviglie (seguito, ma con gran distacco, dal Bimby). Non avevo né capito né previsto nulla, ma la presa di posizione di Calenda tanto netta mi aveva turbata, non perché avessi o abbia una qualche opinione sui videogiochi, ma perché, mentre l’eccitazione per la Switch diventava incontenibile, continuavo a chiedermi: come fa? E soprattutto: farà bene?

 

La privazione è il primo stimolo al desiderio assoluto e irragionevole, non posso averti e quindi ti amo ancora di più, anzi ti amo quasi esclusivamente perché non posso averti.

 

La Switch intanto è arrivata. Devo ammettere che è un gran bell’oggetto: colorato, maneggevole, trasportabile, abbastanza piccolo da non richiedere un supplemento d’arredo nei pressi del televisore ma abbastanza grande da non perderlo come un telefono. E’ anche semplice da utilizzare, la fase “cosa devo fare, cosa schiaccio, cosa dice, mi fai tu?” è durata un attimo, e subito dopo c’era già Mario Kart che sfrecciava sulla sua automobile, andando sui soffitti e le pareti e sportellando gli altri concorrenti della gara, soprattutto le ragazze che mi sono sembrate fin da subito le più forti. L’idea che mio figlio sarebbe diventato ebete è svanita: giocava con sua sorella (avendo le mani occupate non si picchiavano neppure), giocava con gli amici e con i padri degli amici, organizzava tornei, diceva di essere molto forte e io pensavo con sollievo che almeno a lui l’autostima non avrebbe fatto difetto. La Switch non ci stava divorando, Mario non stava prendendo il mio posto nel cuore di mio figlio (e nemmeno tutte quelle biondine fortissime), la palla restava la priorità, i compiti restavano in fondo a tutto, la doccia un gradino sopra, ma basso: tutto normale. Non è lo strumento in sé a essere un problema, ma l’uso che ne fai: la battaglia “basta stare davanti a uno schermo” è persa in partenza essendo io la prima a non staccare gli occhi da uno schermo, ma con i videogiochi e la Switch avevamo scoperto un’equilibrata convivenza.

 

Poi è arrivato Fortnite ed è stato chiaro fin da subito che non avevo capito niente né della Switch né dei videogiochi né dei figli ebeti. La Switch in sé non c’entra granché: Fortnite non è un gioco della Nintendo, si può giocare anche sulla Playstation e sul computer. Ma tutta la sua comodità, maneggevolezza, trasportabilità che mi erano parse tanto utili sono diventate un additivo a quella droga moderna che si chiama Fortnite: questo videogioco crea dipendenza. Non so per quale motivo: a me sembra uguale a tutti i videogiochi in cui si corre e si spara e si corre e si spara e poi si muore (sì, ho fatto una partita, una soltanto, schiacciata in mezzo ai miei figli che mi urlavano strategie e termini incomprensibili, litigando tra di loro su quale fosse la tattica migliore: mi ricordo solo che non sono riuscita a salire da una rampa di scale e loro si sono buttati per terra dal ridere e che l’episodio è entrato nella storia familiare con il titolo: “La mamma dice molte parolacce”). Per questo all’inizio non ho fatto caso al fatto che mio figlio sapesse le specifiche tecniche di un mitra meglio del passato remoto né che “dov’è la Switch?” fosse diventata una domanda ricorrente – ogni cinque minuti, riunioni interrotte da “prova a vedere nella pattumiera, forse l’ho buttata” – né che ci fossero appuntamenti serali con compagni di classe per giocare insieme online, né che le cuffie con il microfono fossero imprescindibili, né che “ti killo” fosse il nuovo urlo di guerra tra fratelli, né che per avere cinque euro per “una skin di Fortnite” mio figlio fosse disposto a qualsiasi cosa (di questo in realtà mi sono approfittata). Non ci ho fatto troppo caso perché pensavo che le regole di convivenza con i videogiochi e la Switch fossero già state codificate e che ogni nuovo arrivo si sarebbe adattato a quello schema, al netto dell’entusiasmo e della voracità iniziali. Non avevo calcolato che Fortnite era diverso – così almeno dicono – e che tutti i giochi sono potenzialmente diversi uno dall’altro: c’è quello che ti prende e quello no, come un romanzo, un film, un phon. Fortnite ha preso tutti, è uno dei videogiochi più popolari della storia. Non avevo calcolato nemmeno il contagio culturale, per cui “Monopoly Fortnite” diventa più bello del caro, classico Monopoli, i video sulle strategie per vincere a Fortnite diventano più interessanti di quelli dell’unboxing (non ci voleva molto), il libro di Ciccio Gamer prende il posto dell’annuario della Panini, la “vittoria reale” diventa motivo di vanto più di un canestro, un gol, una meta. Non avevo calcolato nulla né capito nulla, ma all’ennesimo campanello d’allarme – figli che rubano la carta di credito per comprare le skin, figli che accoltellano le madri perché interrompono una partita, figli mandati in rehab per “game disorder”, terroristi che si preparano ad assaltare moschee allenandosi su Fortnite – ho ripensato a Calenda, ho visto mio figlio inebetito e forse già probabile assassino, ho sentito una nostalgia tremenda per Mario Kart, per le biondine fortissime, per le macchine che sfidano la legge di gravità e, risoluta, ho annunciato: ora killo Fortnite.

 

Ero pronta a tutto, ma non ho avuto bisogno di niente. Ho detto a mio figlio che a giocare a quel gioco si diventa cattivi, mi ha risposto che non era vero, gli ho detto che non volevo più che giocasse, mi ha risposto che potevamo negoziare: una partita ogni tre giorni. Mi sembrava un buon inizio, ma già al secondo giorno ha detto: disinstallo Fortnite dalla Switch. Non ha più giocato, ogni tanto segue dei video su YouTube su Fortnite ma dice che non sono tattiche di gioco, è “creativo, per costruire” mi ha spiegato, e io non ho controllato se fosse una bugia perché io in due giorni non saprei disintossicarmi da nulla e perché la noia deve avere avuto talmente il sopravvento che “ti tolgo la Switch” non è più una minaccia terribile. Ho notato che la console è nello stesso posto da giorni, e ho provato tenerezza per lei, che non c’entrava nulla: tornerai nel suo cuore, le ho sussurrato, siamo sopravvissute a Fortnite, siamo invincibili.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica inglese, francese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, Cosmopolitics, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante.

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