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Come si fa un unicorno europeo. La ricetta da esportare del fondatore di BlaBlaCar

Oggi l’azienda francese investe su autobus e si espande in Europa, mentre Frédéric Mazzella lavora con Macron per il tech nel continente e dice: no, la sharing economy non ha fallito. Un algoritmo contro il populismo urbano

6 Maggio 2019 alle 14:20

Come si fa un unicorno europeo. La ricetta da esportare del fondatore di BlaBlaCar

Foto tratta dal sito di Blablacar

Questo articolo è stato pubblicato nel numero del Foglio innovazione di aprile. Martedì 7 maggio il nuovo appuntamento con il mensile tech del Foglio a cura di Eugenio Cau che potete scaricare qui a partire dalle 23,30 di oggi, lunedì 6 maggio.

 


 C’è l’idea, ci sono gli incontri giusti, c’è il passaparola, ma soprattutto il “sens du timing”: il tempismo perfetto. Lo dice sempre Frédéric Mazzella, che nel 2007 intravide dietro uno sciopero massiccio dei treni l’occasione imperdibile per far conoscere covoiturage.fr. Pagò 200 euro a un’azienda di pubbliche relazioni per comunicare a 6mila giornalisti che il suo servizio di condivisione dei viaggi in automobile, da quel momento in poi, sarebbe stato disponibile sui dispositivi mobili. E lanciò uno slogan: “Durante lo sciopero, il carpooling diventa mobile”. Nel giro di mezz’ora, l’Afp e Reuters diffusero la notizia, il cellulare di Frédéric, che allora aveva trent’anni, fu inondato di richieste d’intervista, e i francesi scoprirono covoiturage.fr, che nel 2013 verrà ribattezzato BlaBlaCar, oggi leader mondiale del carpooling con 70 milioni di utenti, 350 dipendenti di 35 diverse nazionalità e un radicamento territoriale in 22 paesi. La storia di BlaBlaCar, in realtà, inizia durante le vacanze natalizie del 2003, all’epoca in cui Frédéric aveva appena terminato la sua esperienza di ricercatore informatico all’Università di Stanford e aveva già in tasca un diploma in fisica all’Ecole normale supérieure. Il giovane vuole passare il Natale in famiglia, a Fontenay-le-Comte, ma quando va sul sito della Sncf per prenotare il biglietto si rende conto che tutti i treni verso la Vandea sono pieni. Chiede allora un passaggio in macchina alla sorella, che abita a Rouen, e durante il tragitto, guardando fuori dal finestrino, vede tante auto vuote e altrettante persone sole.

 


I fondatori di Blablacar (Frédéric Mazzella è il primo a sinistra)


  

Illuminazione: “Ma allora i posti per tornare a casa ci sono! Solo che non sono nei treni, ma nelle automobili! E poi, perché non rendere meno pesante il viaggio di questi conducenti?”. Nacque così BlaBlaCar, la startup entrata nel 2015 nell’esclusivissimo club degli unicorni francesi, grazie a una raccolta fondi di 200 milioni di dollari. “Il ruolo dell’imprenditore è quello di cogliere tutte le opportunità che gli si presentano davanti. Dopo la parentesi di Stanford, avevo il cervello strutturato per coglierle”, dice al Foglio Innovazione Mazzella, che per pagare la retta dell’università californiana lavorava in parallelo per la Nasa. “Lo sciopero dei treni del 2007 ha fatto molto parlare del carpooling, ma la piattaforma era già pronta: doveva soltanto decollare”, aggiunge.

 

Ogni volta che c’è una grève dei treni, Mazzella e la sua banda di startupper faticano a contenere la gioia. Nell’aprile 2018, lo sciopero dei ferrovieri contro la riforma della Sncf firmata dal presidente Emmanuel Macron ha permesso a BlaBlaCar di registrare un numero di richieste sei volte superiore alla media: circa 5 milioni di posti assicurati, ossia l’equivalente di 10 mila Tgv. “Queste cifre rivelano la capacità di trasporto aggiuntivo che può garantire la piattaforma di carpooling al fine di assorbire una parte delle richieste dei viaggiatori”, ha fatto sapere BlaBlaCar, ponendosi come alleato dello stato francese nella risoluzione dei problemi di trasporto. L’alleanza con lo stato è molto più concreta dal novembre dello scorso anno. BlaBlaCar ha acquisito Ouibus, il servizio di autobus della Sncf: un matrimonio attraverso il quale Mazzella vuole continuare l’internazionalizzazione della sua creatura. “In questo momento, puntiamo molto sui bus. Ci concentriamo sulla Francia e a breve ci focalizzeremo anche sulla Germania, l’Olanda, il Belgio e il Lussemburgo”, dice Mazzella al Foglio Innovazione. A partire dalla prossima primavera, il team di BlaBlaCar partirà all’assalto del mercato tedesco e del Benelux con i suoi BlaBlaBus: linee di autobus che si appoggeranno sulla rete esistente di carpooling per contrastare il dominio di Flixbus, sviluppare un servizio di trasporti multimodale e coprire gli spazi lasciati scoperti dalla ritirata progressiva dello stato.

 

L’altra novità attiva dallo scorso anno è il cambio dell’algoritmo, che permette anche alle persone che abitano in paeselli di provincia o in zone periferiche delle grandi città di trovare passaggi in auto vicino al proprio indirizzo. “Il nuovo algoritmo ha reso più capillare il nostro servizio di carpooling. Ora i viaggiatori, ai quali viene chiesto di inserire i punti esatti di partenza e di arrivo, vengono accompagnati ‘da porta a porta’. E tutto ciò si traduce in un grande risparmio di energie, di tempo e anche di soldi”, dice.

 

L’unicorno francese ha sempre puntato molto sulla socialità –il nome, “BlaBlaCar”, deriva dal fatto che i “covoitureurs”, nell’offrire un passaggio, specificano anche qual è il loro grado di loquacità, “Bla”, “BlaBla” o “BlaBlaBla”. E da alcune inchieste è emerso che in auto, tra una chiacchierata e l’altra, una risata e uno sguardo, siano nate anche diverse storie d’amore. “Riceviamo continuamente messaggi di ringraziamento e lettere da parte di persone che ci invitano al loro matrimonio perché si sono conosciuti in viaggio con BlaBlaCar”, dice Mazzella.

 

Non tutte le storie finiscono con il romanticismo. Di recente c’è stato molto dibattito sul fatto che il sogno della sharing economy sia stato un parziale fallimento, che l’idea di rendere più democratico il mondo si sia scontrata con la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. Mazzella non è convinto: “Ci sono persone che non avrebbero mai potuto accedere a determinati servizi senza la sharing economy, come andare a dormire con pochi soldi nell’appartamento di una persona che non si conosce in totale tranquillità perché gli hotel sono troppo costosi o sono pieni, o come noleggiare l’auto del proprio vicino di casa a un prezzo contenuto perché magari non si ha la disponibilità economica per possederne una. Da questo punto di vista, la sharing economy ha democratizzato pratiche e servizi aggiuntivi che prima non erano accessibili a tutti, dimostrandosi all’altezza delle aspettative. E’ innegabile. Per quanto riguarda le critiche mosse alle ‘piattaforme concentratrici’ – continua Mazzella – si dimentica che la logica di concentrazione fa parte della natura stessa delle piattaforme. E’ lo stesso fenomeno di Google, Apple, Facebook e Amazon. C’è una logica di concentrazione che è propria alla logica del marketplace e al suo funzionamento: riunire l’offerta e la domanda in uno stesso luogo per massimizzare le possibilità di ognuno di trovare ciò che cerca”.

 

Poche settimane fa, un dossier allarmato sul magazine francese Express ha messo in luce il grande gap nel campo del digitale tra l’Europa e i giganti americani e cinesi. Come si riduce? “Ci sono tre pilastri su cui l’Europa deve puntare. Il primo è ‘l’uniformizzazione’. Oggi far crescere una piattaforma negli Stati Uniti e in Cina è come correre i 100 metri, farlo in Europa, invece, è come correre una maratona. Nell’Unione europea non c’è un mercato unico: ce ne sono 28 con 28 sistemi diversi. E’ un handicap per le startup europee che sono in concorrenza con le loro rivali americane e cinesi, le quali beneficiano invece di unico grande mercato dove tutto, dalle regole alla tassazione, è uniformato”, spiega Mazzella al Foglio Innovazione. “Il secondo pilastro è rappresentato dagli investimenti. Bisogna investire nelle nuove tecnologie e nell’educazione, oltre che favorire la raccolta di fondi privati per le piattaforme europee più promettenti. Il terzo è la mobilità. Nella Silicon Valley, pochissime persone vengono da Palo Alto e dintorni: vengono da ogni parte del mondo. In Europa c’è l’Erasmus, che va bene, ma bisogna fare di più, incoraggiare i movimenti all’interno dell’Ue, affinché le persone possano fare due anni a Milano, poi altri due a Berlino, e magari tre ad Amsterdam o a Parigi. Solo in questo modo emergeranno sempre più talenti europei”, afferma Mazzella.

 

Di origini italiane – i nonni paterni erano originari di Procida –Frédéric, oggi 43enne, poteva avere una carriera da musicista dopo essere stato un allievo brillante del Conservatorio nazionale di Parigi. E invece, ora, è anche vicepresidente di France Digitale, l’associazione che promuove le nuove pepite dell’economia digitale francese presso i poteri pubblici. “Il 2018, per la Francia, è stato l’anno migliore di sempre come raccolta fondi per le startup: 3,6 miliardi di euro”, dice entusiasta. Merito anche di Macron? “Il fatto che sia un presidente giovane trasmette certamente un’immagine giovane del paese nel suo insieme”.

Mauro Zanon

Nato a una manciata di chilometri da Venezia, nell’estate in cui Matthäus e Brehme sbarcarono nella parte giusta di Milano, abbandona il Nord, per Roma, quando la Lega era ancora celodurista e un ex avvocato del Cav. vinceva le presidenziali francesi. Nel 2009, decide di andare a Parigi, e di restarvi, dopo aver visto “Baci rubati” di Truffaut. Ha vissuto benino nella Francia di Sarkozy, male in quella di Hollande, e vive benissimo in quella di Macron (su cui ha scritto un libro, “Macron. La rivoluzione liberale francese”, Marsilio). Ama il cinema di Dino Risi, le canzoni di Mina, la cucina emiliana, le estati italiane, l’Andalusia e l’Inter di José Mourinho. Per Il Foglio, scrive di Francia e pariginismi. Collabora inoltre con il mensile francese Causeur.

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