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Neil Young è tutto e il contrario di tutto

Ma cosa diavolo passa per la testa a Neil Young, parossistico workaholic, a dispetto delle settanta primavere che ormai incombono su di lui. Con questa sua ultima trovata si laurea, senza bisogno di altri esami, campione mondiale della stravaganza e dello snobismo.

3 Giugno 2014 alle 00:00

Neil Young

Neil Young - Foto LaPresse

Ma cosa diavolo passa per la testa a Neil Young, parossistico workaholic, a dispetto delle settanta primavere che ormai incombono su di lui. Con questa sua ultima trovata si laurea, senza bisogno di altri esami, campione mondiale della stravaganza e dello snobismo. E ci lascia qui, con un palmo di naso, al termine di tre o quattro ascolti del suo nuovo album “A Letter Home”, incapaci di capire se il suo lavoro, e più in genere l’ispirazione che l’ha provocato, ci divertano e ci conquistino o, più semplicemente, ci facciano venire i nervi. Se una delle missioni dell’arte, e ancor di più del vecchio rock, è stata quella di destabilizzare, beh, il veterano canadese con noi ci riesce ancora perfettamente. Dell’antefatto di questa storia, avrete sentito parlare negli ultimi mesi: Young si è fatto promotore di una crociata contro la dilagante abitudine, ormai sostenuta anche dal mercato, di ascoltare musica sotto forma di file digitali, i famigerati mp3. Secondo lui (secondo tutti, in effetti) la qualità musicale ne soffre in modo insopportabile per le sue educate orecchie, ed è comunque penalizzante anche per i più grossolani padiglioni auricolari di noialtri. Ciò detto, nel più puro pragmatismo da Nuovo mondo, Young s’è impegnato a trovare il rimedio alla catastrofe. E così, dopo aver messo insieme una montagna di dollari via crowdfunding, ha presentato un aggeggio, in effetti ancora tutto da provare, che si chiama Pono e che dovrebbe costituire una specie di decisiva evoluzione dei vecchi mp3-player, capace di restituire alla musica ciò che è suo fino all’ultima sfumatura. L’avventura, da un punto di vista commerciale, deve ancora cominciare, ma proprio durante questi mesi di lancio, Neil cosa s’inventa? Pubblica un nuovo disco, appunto “A Letter Home”, utilizzando lo strumento più a bassa fedeltà che il mondo della musica abbia mai partorito, ovvero una di quelle cabine, simili a quelle per le foto dei documenti, dove tanti anni fa s’entrava quando dal tuo quartiere passava la fiera, e con pochi spiccioli s’incideva istantaneamente un disco con cui si potevano mandare gli auguri alla nonna, o cantare la serenata alla fidanzata. Si chiama Voice-O-Graph e rappresenta la più affidabile garanzia di suono gracchiante e intubato che esista, nemmeno si registri cantando dentro un barattolo di tonno. Ovviamente nel gesto c’è tutto il fascino del vintage e delle più polverose procedure analogiche, il che conta assai per uno come Young, accanito collezionista di anticaglie, automobili e soprattutto strumenti musicali.
Per compiere l’impresa Neil si è trovato il migliore compare possibile, ovvero Jack White, artisticamente uno dei suoi figliocci (oltre a essere colui che ha procurato il malefico arnese a Neil), che si è anche prestato a suonare e a fare i cori in un paio di pezzi. A coronare il tutto, Young ha studiato una scaletta che non potesse venir discussa. Alla fine ha scelto undici pezzi tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, mettendo in fila Phil Ochs (“Changes”), Bert Jansch (“Needle of Death”, il brano che ai tempi ispirò la sua “The Needle And The Damage Done”), Tim Hardin (“Reason To Believe”), due volte Willie Nelson (“Crazy” e “On the Road Again”), Gordon Lightfoot (“If You Could Read My Mind”) e, come ciliegine sulla torta, Bob Dylan (“Girl From North Country”) e Bruce Springsteen (“My Hometown”). Il tutto introdotto teatralmente da un monologo di tre minuti rivolto a Rassy, la sua mamma, passata a miglior vita: “Ciao ma’. E’ bello poterti parlare. Il mio amico Jack ha rimediato questa scatola con cui posso parlarti da qui. E credo che tu dovresti ricominciare a parlare con papà. Dal momento che state tutti e due da quella parte, non c’è motivo per non parlare”. Surreale, certamente; commovente, forse. Poi via, con la sua versione di questa sfilza di capolavori, cantati col più nasale dei toni (che anche se non lo fosse, verrebbe “nasalizzato” dalla schifosa qualità di registrazione del coso), accompagnandosi strimpellando una chitarrina, come il più distratto dei posteggiatori.

Una passeggiata nel passato
L’effetto è conturbante. Si resta stregati, ma si ha il sospetto della messinscena. I pezzi sono dei classici, queste versioni minimali hanno magia, la sua voce arriva dalla radice della musica americana. Tutto però sembra avere troppo il gusto della burla, studiata da chi ha fatto il viaggio di andata e ritorno nell’esoterismo della musica popolare, un divertissement per vecchi esploratori, scettici nei confronti della modernità. Jimmy Fallon durante il suo show in  tv, ha chiesto a Neil ragione dell’impresa. Lui ha risposto: “Ho scelto canzoni di gente capace di cantare, suonare e farti sentire la propria musica. Il che per me, da giovane, è stata una lezione”. Quanto al perché registrarli così, ha glissato. Diciamo che, con la complicità del satanello White, si è divertito a fare una passeggiata nel suo passato. Che a lui, forse, sta perfino più a cuore di sentire musica a palla, sfruttando l’inarrivabile qualità di un Pono.
Stefano Pistolini

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