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Neffa, lo stare “Molto Calmo” e “il Muro del Canto”. Il sound migliore da mettere sotto l’albero

Buone feste coi suoni italiani, a cui consacriamo anche questa puntata dello Stato della musica perché, diamine, non ci sarà Babbo Natale a tirarci fuori dai guai ma, in controtendenza, va detto che il referto di salute della nostra scena è buono, solido, perfino orgoglioso e merita rispetto e attenzione.

24 Dicembre 2013 alle 00:00

Buone feste coi suoni italiani, a cui consacriamo anche questa puntata dello Stato della musica perché, diamine, non ci sarà Babbo Natale a tirarci fuori dai guai ma, in controtendenza, va detto che il referto di salute della nostra scena è buono, solido, perfino orgoglioso e merita rispetto e attenzione. Nelle scorse settimane i consigli erano di dare una chance alle nuove uscite di Federico Fiumani (“Preso nel Vortice”, siglato Diaframma) e Francesco Di Bella (“FDB & Ballads Café”). Oggi aggiungiamo altri due titoli per riempire virtualmente la serata della vigilia di suoni nazionali. Cominciamo con Neffa, tornato con “Molto Calmo”, un altro notevole album. Ormai sull’uscio della mezza età, Giovanni Pellino ha infatti completato l’allestimento di una musicalità certamente originale e sempre in crescita. Certo, i tempi dei Sangue Misto, del suo rivelarsi come rapper atipico, flemmatico, distaccato e privo di aggressività vocale, sono lontanissimi. Instaurando una certa dimensione d’isolamento dal resto della scena, Neffa ha anche abdicato dal ruolo di padrinaggio delle generazioni sorgenti nei dintorni dell’hip hop melodico italiano a cui pareva destinato, dedicandosi piuttosto a provocare i vecchi fan con sortite inattese, all’insegna di suoni pop, swing, cantautorali – una specie di vocal lounge italiano disseminato tra ballate e soft soul. Con “Molto Calmo” lo sviluppo artistico di Neffa mostra una stabilità che fin qui era stata intermittente: ora ci sono dei veri punti di forza su cui questo musicista può contare e nell’album risaltano potentemente. Prima di tutto la sua vocalità, padroneggiata ai limiti del virtuosismo e particolarissima, coi falsetto, con quel gusto mediorientale per i vocalizzi, per le spezzature ritmiche e per le linee melodiche inattese. Poi c’è la scrittura, che appare compatta, omogenea e convinta, come raramente in passato. La sensazione è che Neffa abbia raggiunto la fiducia completa in ciò che sta facendo, al di là degli esperimenti e dei florilegi provocatori. In circolazione non c’è niente di simile a ciò che fa Neffa di questi tempi, e quando il suo stile trova la voglia di contaminarsi con i contributi altrui – come in questo disco capita nella prodigiosa apparizione di Terron Fabio dei Sud Sound System nella bella “Luce Oro” – i risultati lasciano intravedere ottime possibilità. Quindi è il momento di festeggiare questo artista incostante, collocandolo nell’avanguardia del nostro pop. Avallando perfino il vezzoso revival che si concede nei solchi nascosti di “Molto Calmo” quando, per qualche istante, torna a rappare in un pezzo chiamato “L’anima”, rimasticando i trascorsi e il passato. Che, come sappiamo, è un’operazione dolce e tentatrice, ma nella quale raramente si trova qualcosa di vero da guadagnare.
Con cautela ma interesse va anche accolto “Ancora Ridi”, secondo album della formazione romana “Il Muro del Canto”, apprezzata all’esordio (“L’ammazzasette”) con la sua potente e stravagante miscela di robusto ballad rock e di recupero della tradizione folk capitolina. La storia del gruppo è interessante per come si colloca in una dimensione evolutiva della nostra scena: diversi membri del Muro, infatti, provengono da esperienze musicali diverse e piuttosto estreme, a cominciare dal cantante Daniele Coccia, coi suoi trascorsi “noise” nei Surgery. Ma, procedendo nel lavoro, la formazione sta trovando un proprio senso, bizzarro quanto originale e stimolante: la voce baritonale di Coccia, intransigente e incacchiata, è il motore del tutto, attorno a cui ruotano musicalità diversissime, mescolate tra loro – e ciò di solito dà i risultati migliori, con organetti e intransigenti chitarre punk a cercare il punto della giusta sintonia. I testi parlano di fame, fregature, gran bevute e vita amara, stuzzicando i luoghi comuni della romanità e provando ad attualizzarlo in una metropoli contemporanea, dove i segni della noncuranza di ieri svaniscono nel disastro di oggi. Almeno un paio de pezzi (scivolata vernacolare) sono memorabili: “Palazzinari” condotta dalla bellissima poesia in rima recitata da Alessandro Pieravanti, che se fossimo americani troverebbe degna collocazione su una pagina del New Yorker per come descrive lo stallo esistenziale e la disillusione della vita marginale in città, come quando se cade (e daje…) nell’inganno della casa nova bilocale nel quartiere nascente, che te costa n’occhio della testa, per poi accorgersi che le promesse di supermercati, scuole e servizi svaniscono e l’unica impresa che fiorisce in zona è la prostituzione. E poi la poetica “intanto er sole se nasconne” che comincia dicendo che “se vive de malinconia/ se more de felicità” e mette in croce l’ultimo disgraziato che a “trent’anni già è così”. Il sole non può fare altro che andarsi a nascondere davanti a questo spettacolo di dispiacere nazionale, a cui è difficile trovare rimedio, mentre questa stornellata elettrica trasmette un po’ di requie dallo scempio che ti sembra che ti monti addosso.

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