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Tre storie parallele e tre album che parlano di Inghilterra, di generazioni e di emozioni

Vogliamo prevedere una musica per anziani? Per esodati? Abbacchiati, bastonati, ma nonostante tutto vivi? Niente ragazzi canterini, per loro. Piuttosto dei veterani, piegati ma non spezzati, come quando arriva una sberla di troppo ma ancora non si ha voglia di gettare l’asciugamano.

11 Dicembre 2012 alle 10:53

Vogliamo prevedere una musica per anziani? Per esodati? Abbacchiati, bastonati, ma nonostante tutto vivi? Niente ragazzi canterini, per loro. Piuttosto dei veterani, piegati ma non spezzati, come quando arriva una sberla di troppo ma ancora non si ha voglia di gettare l’asciugamano. Senza illusioni di start up, senza ossessioni di successo a tutti i costi. Tipo Bill Fay, il cantante e pianista londinese che ha vissuto due vite distinte, nessuna delle quali particolarmente inondata dalla luce dei riflettori. E desta stupore e commozione l’album che Fay ha appena pubblicato, riaffiorando dal nulla dopo 15 anni di assenza. Ora possiamo misurare il valore dell’intero disco, “Life Is People” e il risultato è di un composto entusiasmo. Musica per gente cresciuta, che contiene in sé poesia e pena, visione e disillusione. Fay è un musicista che non ce l’ha mai fatta, ma che a oltre settant’anni è ancora seduto al suo pianoforte e soffia nel microfono ballate che parlano di pacificazione e di empatia. Una musica lenta, dalle atmosfere dense, dal respiro forte, un suono che è un punto di arrivo. Ascoltarlo è avvolgente, a tratti straniante, ma non è un’esperienza gioiosa – anzi. Non si arriva a quell’età traversando vicissitudini turbolente e amari scontri con la realtà volando leggeri come alianti. Perciò l’avviso sia chiaro: quello di Fay è un gran lavoro, ma per gente navigata, che abbia voglia di sentire come suona quella età, senza prese in giro, make up, o chirurgia plastica.

All’altro estremo della scala anagrafica succedono cose più eccitanti. Entriamo nel burrascoso mondo degli under 20 per incontrare un paio di talenti da tener d’occhio. Del primo vi abbiamo parlato altre volte: si chiama Earl Sweatshirt e fa parte della popolosa crew degli Odd Future di Los Angeles, coloro che, giocando un ruolo di primo piano nella cultura musicale americana del presente, si stanno occupando di trasportare nel XXI secolo le istanze stilistiche, linguistiche e rappresentative della cultura hip hop. E del gruppo in questione Earl è il poeta nato e subito laureato. E riparliamo di lui mentre guardiamo “Chum”, l’ultimo exploit di Earl sotto forma di un video di tre minuti, in bianco e nero, girato nella periferia di L. A., dove si rivedono alcune presenze familiari a fine anni 90, ovvero le rane che diluviarono giù dal cielo nella scena catartica di “Magnolia”, il più bel film americano di quel decennio. Sopra al gracidare dei magici anfibi e a una base minimale, Sweatshirt racconta in due strofe la storia della sua breve vita fino adesso, col fatalismo e l’indolenza di chi ora realizza che buona parte del suo malessere va attribuito a ciò che di lui e su di lui hanno fatto gli adulti. Per quanto poi potrebbe essere meglio assolverli, visto che diavolo di artista ci hanno consegnato. Un capolavoro.

Capolavoro invece non è l’album d’esordio del chiacchieratissimo diciottenne di Nottingham, Jake Bugg. Il Regno Unito va pazzo per lui, eccitato dal battage mediatico che ancora funziona. Chi è Jake? Il teenager con la faccia giusta, sfrontato, carino, ribelle quanto basta. Il che già fa insospettire. E cosa fa? Canta, strimpellando la chitarra e con voce argentina e un po’ stridente, canzoni facili, basate su progressioni elementari e talvolta accompagnate da ruvide basi rock’n’roll. Basta per farne un fenomeno? No, se si ascolta il materiale, che somiglia al volenteroso provino di una band di adolescenti. Sì, se in tanti gridano al miracolo, sostenendo che sia nato il nuovo Damon Albarn, il nuovo Billy Bragg e che anche Bob Dylan c’entri qualcosa. Alla fine di che si tratta? Di business, perché l’industria musicale inglese è alla canna del gas e ricorre a vecchi trucchi per fare un po’ di cassa. E quindi di hype per un ragazzino che deve ancora dimostrare tutto, evitando di essere troppo irritante. E poi si tratta di nostalgia, perché la vecchia Inghilterra ha fatto delle Olimpiadi memorabili, ma nell’attuale tabellone della musica resta indietro e il britpop, che qui si vorrebbe rilanciare, è un ricordo di chi è ormai nella mezza età. E rieccoci a parlare di anagrafe: tutte queste storie corrono parallele alla nostra vita e ne sono la colonna sonora. A ciascuno il suo, vecchi e giovani. Salvo poi sconfinare e andare a caccia di emozioni nelle terre altrui, di quelli che hanno vissuto e stanno vivendo esistenze tanto diverse dalle nostre.

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