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Che cosa c'è dietro il successo planetario di Gangnam Style

Due (tardive) parole su Gangnam. Partendo da tanto lontano, ovvero dalla distanza esistenziale che c’è tra una proiezione pomeridiana al cinema Orchidea di Milano del film musicale “Woodstock - Tre giorni di pace, amore e musica” e l’ultima mania del pianeta intero, quella attorno al tormentone “Gangnam Style”.

27 Novembre 2012 alle 00:00

Due (tardive) parole su Gangnam. Partendo da tanto lontano, ovvero dalla distanza esistenziale che c’è tra una proiezione pomeridiana al cinema Orchidea di Milano del film musicale “Woodstock - Tre giorni di pace, amore e musica”, un documentario realizzato due anni dopo l’evento musicale dell’agosto ’69 – e l’ultima mania del pianeta intero, quella attorno al tormentone “Gangnam Style”. Il pezzo del rapper sudcoreano Psy è uscito nel luglio 2012 e deflagrato tra settembre e ottobre in tutto il mondo, col fenomeno paradossale di coinvolgere moltitudini in esecuzioni collettive da fine del mondo (poteva starci come episodio del “Giudizio Universale” di De Sica e Zavattini “alle 18 comincia il Giudizio Universale” – ricordate? – e giù tutti che ballano il Gangnam), fino alle celebrity, che per il breve volgere del fuoco di un fiammifero giudicano bizzarro & fico accennare qualche passo della crazy dance. Ergo: chi adesso ha 50 anni aspettava due bramosi anni prima di sedersi al sospirato tavolo della condivisione – no, in America non ci si va, troppo lontano, ma di Woodstock vediamo le immagini e sentiamo i suoni dai dischi e dalla pellicola, facciamoli nostri, reinventiamoli (questo sì, istantaneamente) “capiamo” cos’era e dove portava quella strada. Chi adesso ha 14 anni (ma anche chi adesso ha i soliti 50 anni) può invece cibarsi in giornata dell’ultima novità sfornata dalla cultura popolare, adesso anche se l’input arriva da un paese che noi occidentali ci illudiamo sia trascurabile, o peggio, ancora colonizzato dai soliti americani. Che baggianata! Avete mai sentito parlare del K-pop, la musica leggera coreana, un prodotto tutto da studiare, e a cui va connesso “Gangnam Style”? E’ una storia da conoscere, che parla di una severa industria dello spettacolo dove i musicisti vengono allevati, programmati e messi in orbita abbinati a canzoni prodotte sulla base di formule scientifiche.
Il fine sociologo del New Yorker John Seabrook in una densa indagine sull’argomento ne parla come di “tecnologia culturale”, un sistema di automatizzazione e controllo dei consumi che prevede artisti teleguidati, dei quali tutto è deciso a tavolino, dal make-up alle dichiarazioni in un’intervista. In questi paraggi nasce Psy, l’improbabile, grottesco rapper coreano che rappresenta il più importante fenomeno della musica leggera del XXI secolo, condensabile in una semplice cifra: più di 800 milioni di clic sul videoclip della sua canzoncina, verso record fin qui sconosciuti all’idea di manie globali. Il K-Pop attraverso Psy ha conquistato l’America senza appello, dimostrando che la musica prodotta laggiù e studiata fin dal primo momento per il consumo tv (che forma il gusto coreano) abbia saputo conformarsi allo strumento evolutivo della tv, ovvero YouTube. Là Gangnam è diventato virale prima di conquistare il mercato delle vendite, le classifiche Usa e, nel giro di pochi fulminei giorni, il mondo. Di che si tratta immagino lo sappiate tutti: Psy se ne va a spasso per Gangnam, quartiere ricco di Seul, una specie di Beverly Hills, saltellando secondo la routine di quel ballo demenziale che imita il galoppo a cavallo. Una cretinata epidemica, per come diverte e si diffonde. Ne sono seguite storie di tutti i generi, buona parte delle quali finite nei tiggì o sulle prime pagine dei quotidiani: primi ministri che ballano il Gangnam, migliaia di tributi inscenati e filmati da plotoni di entusiasti – dai detenuti filippini ai cadetti di West Point – l’utilizzo delle mossette del lazo e dell’“Oppa is just my style” (adagio filosofico dell’opera) a qualsiasi scopo, dalla protesta politica, alla sensibilizzazione per le buone cause. Fare il Gangnam si traduce istantaneamente nell’asserire: statemi a sentire, guardate, voglio dirvi qualcosa, a voi che come me avete uno Psy dentro di voi (anche Barack Obama pare interessato a dedicare a Michelle una privatissima edizione del Gangnam, da camera da letto).
Un motivetto qualunque, ma sfornato da un esoterico laboratorio della seduzione di massa e con un irresistibile impatto video, perché questa è l’autostrada per farsi conoscere e provocare planetari effetti-domino. Una figurina bidimensionale e quattro ghirigori da fare con le mani e con i piedi. Ed ecco che la Terra diventa piatta e zompetta al suono di Gangnam Style, poche ore dopo che il morbo s’è diffuso. Che diavolo è successo per passare durante un pezzo della nostra vita, dalla venerazione religiosa in una remota sala d’essai, a questa matrix dello showbiz? L’ultima scena di questa raggelante riflessione mi vede protagonista: 4 del pomeriggio del 10 novembre, Roma, piazza del Popolo. Mi trovo inconsapevolmente in mezzo al flash mob di 15 mila partecipanti al rituale del Gangnam. Non si tratta di giudicare, ma di capire come le cose cambiano, a dispetto dei nostri commenti e dei nostri ricordi. Trovo tutto questo emozionante, perfino memorabile. E naturalmente Oppa style.

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