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Tre video da guardare per conoscere nuove generazioni di musicisti

Deschutes è il nome di una contea rurale dell’Oregon centrale. Prende il nome dal Deschutes River, il fiume, o meglio il sistema di fiumi, battezzato così dai cacciatori di pellicce franco-canadesi d’inizio Ottocento.

6 Novembre 2012 alle 00:00

Deschutes è il nome di una contea rurale dell’Oregon centrale. Prende il nome dal Deschutes River, il fiume, o meglio il sistema di fiumi, battezzato così dai cacciatori di pellicce franco-canadesi d’inizio Ottocento, che s’avventuravano sul suo turbolento corso (Riviere des Chutes = fiume delle cascate) in cerca di prede, inoltrandosi poi nei fitti boschi di pini Ponderosa. Questi stessi fiumi oggi garantiscono la sopravvivenza agli altipiani desertici dello Stato, alimentando agricoltura, turismo e pesca. Ecco perché gli oregoniani li amano e li considerano un bene da preservare. Se avete voglia di dare un’occhiata alla fisica, struggente bellezza di quei posti, non ci vorrà molto a capire il perché. Luoghi dove perdersi, abbandonarsi, contemplare (www.deschutes.org). Per la strane, trasversali comunioni sociali che prendono forma in quel West profondo d’America, è nata un’iniziativa che parla di musica, che ci è piaciuta e che ci ha fatto venire in mente tante idee che potrebbero succedere vicino a noi. All’origine del progetto c’è un marchio di birra, la Deschutes Brewery, che ha sede a Bend, la città più importante della zona e i cui stabilimenti si affacciano sul fiume. Per contribuire alla cui salvaguardia i birrai hanno dato vita a un  proposito d’insospettata suggestione: hanno chiesto a una serie di musicisti indipendenti della zona di eseguire, davanti a telecamere e registratori, una canzone ciascuno dedicata al tema del “fiume”, ambientandola sulle rive del Deschutes, così esseziali all’ecosistema del posto. Il sito web dell’azienda – ritualmente replicato su YouTube – propone i videoclip di ogni artista, veri e propri mini-film, rendendo scaricabili le esecuzioni musicali. Alla fine il migliore verrà premiato, se questo ha importanza, mentre la sensibilizzazione del pubblico e la relativa raccolta-fondi aiuteranno le acque del Deschutes a tornare limpide. I tre video per ora presentati dall’iniziativa sono straordinari. Le ambientazioni sono remote, solenni e scintillanti. Vi ricordate “In Mezzo Scorre il Fiume”, quel bel film melodrammatico di Robert Redford con un giovane Brad Pitt, dedicato all’ossessione della pesca con la mosca che diviene l’ultimo legame tra i maschi di una famiglia in via di dissoluzione? Quel che vedrete visitando http://www.deschutesbrewery.com/river-recordings ha lo stesso denso sapore e costituisce una di quelle visioni americane delle quali l’immaginario di alcuni di noi ha ancora bisogno di nutrirsi, ultima Thule dove le passioni si ricompongono e perdono artificiosità. La musica suonata dagli artisti sulle sponde del Deschutes è connaturata alla cornice che la ospita, ne è la conseguenza, lo sviluppo, ed è il prodotto della cultura popolare a cui quei luoghi hanno dato origine ed ospitalità. Lo stupore è che non c’è soluzione di continuità tra un panorama bucolico, i sentimenti che trasmette e la sua traduzione in forma di canzone, suonata con strumenti vecchi e nuovi e cantata con voci e accenti che mantengono relazione con quelli dei padri. Il primo artista a presentarsi è Eric D. Johnson, cantante dei Fruit Bats, che tra l’altro hanno appena pubblicato il loro quinto album con la valorosa etichetta di Seattle Sub Pop, che da quelle parti è la grande madre. Eric presenta una versione lenta di “Ballad of Easy Rider”, il pezzo che i Byrds scrissero per l’omonimo film-icona di Peter Fonda, qui riletta con emozione ed eseguita con su un piano Fender ancorato a una pedana a mollo nel fiume. Invece Eric Earley, leader dei Blitzen Trapper, sceglie di suonare in trio su un altro attracco affacciato sul Deschutes e per l’occasione sceglie una delle “canzoni fluviali” più affascinanti della musica Usa: la “Up on Cripple Creek” che fu tra i capolavori d’esordio della Band di Robbie Robertson, nella ineguagliabile esecuzione vocale di Levon Helm, con tutto il bagaglio di nostalgia e drammaturgia delle radici che conteneva nei suoi versi. Il terzo videoclip è assegnato a Laura Gibson, una delle migliori voci dell’avanguardia folk dell’Oregon, titolare di un bellissimo album “La Grande” (Barsuk Rec) e collaboratrice di Laura Veirs. Il minimalismo è la chiave di Laura, che accompagnata da un gruppo di musicisti e strumenti tradizionali, esegue la sua versione di “Down By The Riverside”, celebre standard spiritual che discende dagli Anni Venti, qui rivissuto tra i costoni di roccia e la brughiera che abbraccia il Deschutes. Un’altra delizia per occhi e orecchie, grazie a questa modesta idea dentro la quale sono nascoste riflessioni sul genere di quelle che possono venirti su un giorno che hai tempo, almeno ne hai abbastanza da fermarti in quel punto particolare che hai sempre adocchiato, giusto per guardare il fiume che passa.

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