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Come la Fifa ha inventato il Mondiale per chi non lo giocherà mai

Andrea Trapani

La seconda edizione delle Fifa Series parte oggi da Porto Rico mentre altrove si giocano le qualificazioni vere. Un torneo che non conta nulla e proprio per questo dice molto sul calcio globale

C’è un torneo che passa quasi inosservato. Mentre mezzo mondo si gioca l’accesso alla Coppa del mondo, quella vera, oggi iniziano da Porto Rico le Fifa Series. Non sono un Mondiale e non assegnano alcun titolo.

Cosa sono le Fifa Series

Le Fifa Series 2026 mettono insieme 48 nazionali, divise in 12 gironi (tre femminili), con dentro tutte e sei le confederazioni. Si gioca in undici paesi, con il Ruanda che ospita due gruppi. La prima partita in calendario è quella odierna che, a Porto Rico, vede le Isole Vergini Americane sfidare le Samoa Americane. Un derby tra i bassifondi del ranking Fifa: la numero 207 contro la 184. È il loro secondo confronto di sempre nonostante siano entrambe sotto la bandiera statunitense. Non è una notizia e non è un evento. È un test. Quando Gianni Infantino ha presentato il progetto pilota del 2024, ha parlato di “opportunità di sviluppo per calciatori, allenatori e tifosi”. Tradotto: Nazionali che altrimenti non giocherebbero mai partite vere. O quasi. Il calcio come diritto minimo garantito.

La struttura è semplice e un po’ surreale: 36 squadre maschili, nove gironi, una settimana compressa tra il 25 e il 31 marzo, otto paesi ospitanti sparsi su cinque continenti. Azerbaigian, Indonesia, Ruanda, Uzbekistan, Kazakhstan, Nuova Zelanda, Australia e Porto Rico. Più una mappa diplomatica che una competizione.

   

  

   

Il torneo per chi non vincerà mai nulla

Dentro ci sono anche piccole contraddizioni. È un torneo pensato per chi non ha spazio: mancano San Marino e il Lussemburgo ma tra le partecipanti compaiono Australia, Nuova Zelanda e Curaçao, nazionali che al Mondiale ci giocano davvero. Per molte altre, dall’Estonia al Liechtenstein, da Guam a Macao, questa è la competizione più importante disponibile. Non per prestigio, ma per assenza di alternative.

Un quotidiano come il Telegraph l’ha riassunta con eleganza: la Fifa ha capito che una gran parte dei suoi membri non vincerà mai nulla, quindi ha costruito qualcosa che potessero sfoggiare.

Già alla prima edizione si era capito tutto. In una partita a Jeddah c’erano 35 spettatori: ventisettemila posti vuoti per Cambogia-Guinea Equatoriale, ma la sfida si è giocata e soprattutto è stata trasmessa in Tv. Il pubblico non era allo stadio, ma nel pacchetto dei diritti televisivi. È il calcio che esiste perché deve esistere.

 

Il grande portafoglio della Fifa

Nel frattempo la Fifa paga tutto: voli, alberghi, logistica. Per molte federazioni è l’unico modo per mettere insieme un calendario internazionale. Non è beneficenza, è struttura. E anche una forma di controllo. Non a caso, anche se si tratta di amichevoli, in caso di pareggio si va ai rigori. Nessuno prende in giro chi scende in campo. Bisogna pur produrre qualcosa che sembri una competizione.

Samoa Americane e Isole Vergini Americane, insieme, non arrivano nemmeno alla popolazione di una provincia italiana. Non producono mercato, non generano attenzione. Eppure oggi giocano a Porto Rico, di sicuro davanti a pochi spettatori, per raggiungere la finale di un torneo che fatica a esistere perfino negli almanacchi.

Non è bello né rilevante. Ma era inevitabile. Il calcio globale si è allargato senza redistribuire davvero le possibilità. Ci sono le nazionali che continuano a orbitare attorno al Mondiale, mentre le altre restano fuori. Le FIFA Series riempiono quel vuoto senza toccare il sistema principale.

Qui sta l’ambiguità. Da una parte si parla di inclusione con partite e avversari veri. Dall’altra è una soluzione che non cambia le gerarchie, le aggira. Non a caso Gianni Infantino ha costruito la sua presidenza sull’espansione geopolitica e qui ha seguito la stessa logica: se non puoi portare tutti al Mondiale, porti un pezzo di Mondiale a tutti.

Resta una sensazione doppia. È il calcio dell’avanzo, quello che non entra nel circuito principale. Ma è anche una forma elementare di democrazia sportiva. Per chi gioca oggi, questo è il torneo più importante che esista. Non perché lo dica la Fifa, ma perché non ce n’è un altro.

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