Giocatori del Marocco disperati dopo la sconfitta nella finale della Coppa d'Africa 2025 (foto Ap, via LaPresse)
campioni in differita
La finale di Coppa d'Africa è il miglior esempio della distopia del Var
Dopo due mesi dal triplice fischio finale al Moulay Abdallah Stadium di Rabat, la Commissione d’appello della Confederazione africana ha ribaltato il risultato del campo: la vincitrice della manifestazione continentale non è più il Senegal ma il Marocco. Una commedia diventata farsa
Quella che era una commedia d’avanspettacolo, nella serata del 17 marzo 2026 è diventata una farsa. La rappresentazione migliore di cos’è, cosa è diventato, il calcio nell’èra del Var.
L’edizione 2025 della Coppa delle nazioni africane, ospitata dal Marocco, è stata vinta dal Marocco ai supplementari giudiziari dei supplementari calcistici. L’esultanza del Senegal al Moulay Abdallah Stadium di Rabat, quella vista da tutti coloro che hanno assistito alla finale, non è mai esistita davvero. I giudici della Commissione d’appello della Confederazione africana hanno fatto il segno del rettangolo, ci hanno messo due mesi a riguardare quanto era accaduto, hanno sentenziato che quello che è stato non c’è stato, che il Senegal non aveva vinto e che a vincere è stato il Marocco. Il Var posticipa la gioia di un gol di qualche minuto, il Var della Commissione d’appello, di due mesi.
La commedia era andata in scena il 17 gennaio 2026. Dopo 96 minuti di una partita bruttina, giocata mediamente male da entrambe le Nazionali, ma meno peggio dal Senegal. Che aveva pure segnato. All’arbitro Jean-Jacques Ndala però quel gol non piacque e lo annullò. E già che c’era assegnò, pochi minuti dopo e con una corsetta al Var, un rigore che forse c’era e forse no. Fu allora, dopo qualche ammonizione per proteste e qualche urlo di indignazione sugli spalti, che la Nazionale senegalese decise di abbandonare il campo in segno di protesta. Sette minuti di campo disabitato, l’arbitro che temporeggiava perché, al contrario di poco prima, non voleva prendere una decisione. Finì che il Senegal tornò in campo. Finì che Brahim Díaz sbagliò il rigore. Finì che Pape Gueye segnò un gol ai supplementari e che il Senegal vinse la Coppa d’Africa. Finì che non finì davvero. In campo entrarono gli avvocati e la Commissione d’appello ribaltò il risultato: 3-0 a tavolino per il Marocco, la nazione che ospitava la manifestazione, che organizzerà una parte del Mondiale 2030, che è vicinissima a Gianni Infantino, il presidente un po’ Maga della Fifa. E nemmeno ora è finita quella partita, visto che la Federazione senegalese farà ricorso al Tribunale arbitrale dello sport.
La partita perfetta. La partita perfetta di uno sport che ha scelto di affidarsi alla tecnologia per evitare di sbagliare. Come se l’errore non fosse una parte del calcio, come se tutto dovesse essere per forza perfetto, immacolato, al di là di ogni possibile dubbio. Chi ha potere decisionale nel calcio ha preferito risultati tecnologicamente inappuntabili a risultati umanamente sbagliati. E continua a far finta di non accorgersi che di risultati tecnologicamente inappuntabili non ce ne possono essere. Tutto come prima? Non scherziamo. Prima almeno se la palla entrava in porta si era legittimati a esultare o intristirsi, il resto erano discussioni surreali e accalorate in osteria, ai bar, per strada, al lavoro. Discussioni talmente inutili da essere necessarie. Ora queste sono rimaste, ma gioia e disperazione sono in differita. E nelle discussioni si è persa la surrealtà. C’è sempre qualcuno che tira fuori quella parolaccia: Var.