foto Ansa

Il Foglio sportivo

Quando il Cagliari si travestì da Mustangs

Davide Perillo

Nell’estate del 1967 a Chicago va in scena il primo campionato americano di calcio. E visto che gli Usa non avevano ancora i giocatori, si ebbe l'idea di "affittarli". Tra stadi enormi semideserti ed episodi sospesi tra verità e leggenda

La maglia era celeste, attillata, scollo a “v” ma senza i laccetti di certe splendide divise anni Sessanta. E invece dei quattro mori, sul petto c’era una scritta stile cowboy: “Chicago Mustangs”. Ovvero il nome con cui il Cagliari di Gigi Riva, quello che tre anni dopo avrebbe vinto uno degli scudetti più belli e impossibili della nostra storia calcistica, si ritrovò a giocare un campionato intero in una terra inesplorata, per il pallone: gli Stati Uniti. 
È una vicenda che inizia giusto sessant’anni fa, estate 1966. Per gli Stati Uniti, il soccer era ancora un mistero. Ma i Mondiali inglesi avevano acceso interesse e un confronto tra due ipotesi di leghe: la Npsl (National professional soccer), nata sulle ceneri di un’associazione semipro, e la Usa (United soccer association), creata ad hoc da Jack Cooke, imprenditore canadese con il pallino dello sportbusiness. Proprietario dei Redskins di football e dei mitici Lakers Nba (oltre che del Chrysler Building a New York), per il suo tentativo Cooke aveva la copertura della Fifa, che riconobbe ufficialmente la Usa. Il problema è che i rivali avevano già in tasca un contratto Cbs per i diritti tv. Cooke giocò d’anticipo: visto che le franchigie Usa non avevano ancora i giocatori, ebbe l’idea di prenderli in affitto. Anzi, di noleggiare direttamente delle squadre. Dove? Europa e Sudamerica, chiaro. Si prese un po’ di “no” dai club più blasonati, ma altri accettarono l’offerta (250mila dollari più spese, vitto e alloggio).  Il risultato fu che uno dei primi abbozzi di campionato americano di calcio. E nell’estate 1967 fu giocato interamente da stranieri. Fa strano ricordarlo, alla viglia del Mondiale targato Trump e minacciato dall’Ice, oltre che dalle guerre, ma tant’è.


Dodici squadre in due divisioni, Eastern e Western. Tre inglesi (il Wolverhampton era i Los Angeles Wolves, il Sunderland i Vancouver Royal Canadians, lo Stoke City – con in porta Gordon Banks – i Cleveland Stokers), tre scozzesi (Aberdeen-Washington Whips, Dundee-Dallas Tornado, Hibernian-Toronto City), un’irlandese (gli Shamrock Rovers nei panni del Boston Rovers) e una nordirlandese (il Glentoran schierato come Detroit Cougars). Gli olandesi del Den Haag vestivano la casacca dei San Francisco Gales. Poi, i brasiliani del Bangu (Houston Stars) e gli uruguagi del Cerro (New York Skyliners). A chiudere, appunto, il Cagliari, che si ritrovò a Chicago perché “da quelle parti ci sono tanti italiani”. E che in Illinois, all’inizio, spedì una pattuglia di ragazzi rafforzata da un paio di stranieri in prova (l’inglese Gerry Hitchens, poi ingaggiato, e l’argentino Oscar Massei, a fine carriera) e raggiunti solo alla terza partita dai vari Nené, Niccolai e Boninsegna. Riva non c’era: reduce dal perone rotto in Nazionale. Ma c’era già, in panchina, Manlio Scopigno, l’allenatore filosofo che un mese prima aveva portato i sardi al sesto posto in Serie A. Si giocò in stadi enormi e semideserti (7.890 spettatori di media, ricordano gli almanacchi) e su campi non proprio tarati per il calcio: “Erano da baseball: avevo metà area in erba e metà in terra battuta”, raccontò anni dopo Reginato, il portiere. Dal web, a cercare bene, spuntano foto sbiadite (come quelle del 28 giugno, Mustangs-Cougars al Comiskey Park, tribune vuote affacciate su un centrocampo in terra). O tracce di una partita finita a botte a Toronto, contro l’Hibernian (19 giugno), con invasione di campo e bastonata all’inglese King, colpevole di arbitrare a senso unico (fu sospesa all’81esimo, quando gli scozzesi segnarono il 2-1 in fuorigioco e 800 tifosi italiani travolsero transenne e polizia). Oppure, ancora, aneddoti sulla permanenza in un hotel di Frank Sinatra (“tre stanze a testa, allenamenti nel parco, relax in piscina e feste con mille invitati”, ricordava Ricciotti Greatti) e sulla gita di gruppo a Las Vegas. “Ci andarono tutti tranne me”, raccontò ancora Reginato: “Avrei dovuto spendere un sacco di soldi per il viaggio per poi perderne altri?”. 


Ma nell’album dei ricordi c’è pure un episodio sospeso tra verità e leggenda. Riguarda Scopigno, che a un ricevimento all’ambasciata di Washington smarrì il percorso per la restroom e fu sorpreso a fare pipì in giardino, con annesso incidente semidiplomatico. Non si è mai capito se fosse vero, ma di fatto al ritorno in Italia fu licenziato (salvo tornare in panchina un anno dopo per diventare il condottiero dell’impresa tricolore).
E il campo? Esordio con sconfitta (1-0 da Dallas), poi due 1-1, con Cleveland e Washington. La prima vittoria arriva il 10 giugno: 3-2 su New York, gol di Ciocca, Boninsegna e Nené. Alla fine, i Mustangs arrivarono terzi nella Western Division: 3 vittorie, 7 pareggi e 2 sconfitte. Troppo poco per la finale, vinta dagli LA Wolves (il Wolverhampton) contro i Whips, 6-5 ai supplementari. Ma abbastanza per togliersi la soddisfazione di avere il capocannoniere del torneo: Boninsegna, “10 gol e 1 assist” (gli americani contavano anche quelli). “La verità è che potevamo vincere, ma saremmo tornati in Italia più tardi e il ritiro precampionato era vicino”, confessò Greatti. Meglio una settimana di vacanza, vera.

Di più su questi argomenti: