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chiave di A - come suona il campionato

La domenica delle illusioni andate male

Enrico Veronese

Il pari tra Inter e Atalanta sembrava riaprire il campionato, ma il Milan perde e i nerazzurri allungano a +8 e blindano lo scudetto. Dietro risalgono Napoli e Juventus, mentre la squadra di Fàbregas sorprende la Roma- Le curve tornano a chiedere un calcio “giusto e popolare”

Quello che non c’è. La domenica delle illusioni comincia sabato col discusso pareggio tra Inter e Atalanta, che apriva le porte ai comunque impervi sogni di rimonta milanisti: invece dei rossoneri, ne hanno poi approfittato i nerazzurri che incrementano a +8 e blindano il titolo. Col rientro di Lautaro Martínez la partita verrà presumibilmente chiusa, se mai è stata aperta: la squadra di Massimiliano Allegri aveva perso -e rocambolescamente- solo la prima a ferragosto, ma le débâcle contro Parma e Lazio sono tombali per ogni ulteriore speranza. Morale, il recupero a orari dilazionati si è rivelato ciò che sembra e non è (fottendosi da sé), insegna Manuel Agnelli.

Ne guadagna un Napoli a lungo alle corde, che ritrova “les Revenants” Kevin de Bruyne e Scott McTominay in tempo per rimontare il Lecce e graffiare tre punti al secondo posto: chissà se li avesse avuti prima, o più a lungo in stagione. Sicura anche la Juventus, madame Disincanto, che ci sarà fino alla fine pure col minimo sforzo: Jérémie Boga non è solo una freccia ma una proficua risorsa centrale, e al pigro Rafael Leão fischiano le orecchie (“ho tante cose da fare, ma non mi importa niente”). Il risultato di San Siro rinfranca l’Atalanta dopo la scoppola europea, anche se davanti l’unica a perdere colpi è una Roma scornata -come altre big- dalle solite sventatezze arbitrali e dell’assurdo regolamento che presiede il Var, oltre che dal lanciatissimo Como.

Quella dello stadio Sinigaglia è la partita in cui Gian Piero Gasperini ha scoperto che c’è un villain più “gasperini” di lui, e che non è uno dei suoi allievi, né Ivan Jurić né Raffaele Palladino. Cesc Fàbregas, come il maestro di Grugliasco, alterna difese a tre e a quattro a seconda di chi fronteggia, sa evitare la necessità di un centravanti nominale, allarga il gioco con i quinti da parte a parte in fase d’attacco, verticalizza e bada al sodo (Bonnie Prince Billy nei Numero6). Eppure, nota lo sconfitto, certi atti in panca e fuori, le frizioni con i media sono patrimonio comune: tecnici divisivi che alimentano l’attesa di un passo falso, anche nel calcio arriva sempre uno più puro che epura.

Molte osservazioni hanno infine segnalato la concomitanza tra la gagliarda prova della Lazio e il ritorno in massa della propria comunità allo stadio. Non cessano certo le contestazioni alla presidenza, ma è chiaro che una coreografia spettacolare e i cori incessanti facciano la differenza. Proprio mentre da vari ambienti nazionali legati alle curve emerge - al di là delle rivalità - la petizione “Per un calcio giusto e popolare”, che rivendica politiche dei prezzi, orari delle partite rispettosi di chi lavora, trasferte garantite (governate) e non vietate, freni alle multiproprietà in stile Claudio Lotito. Un campionato salmonaro come l’attuale Serie A farebbe bene a tendere orecchio: “people have the power”, e non solo al referendum di domenica e lunedì prossimi.

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