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Kenneth Taylor è una sottrazione

Giovanni Battistuzzi

Il centrocampista della Lazio è sempre in continuo movimento, sempre del suo passo, senza mai affrettarlo. Non ne ha bisogno. Perché l'olandese sa sempre dove stare

Kenneth Taylor di inglese c’ha solo il cognome. È nato ad Alkmaar, Paesi Bassi, è cresciuto calcisticamente nell’Ajax da quando aveva otto anni e all’Ajax avrebbe volentieri continuato a giocare, perché è la squadra per la quale ha sempre tifato, se la società di Amsterdam non avesse preferito cederlo il 9 gennaio 2026 alla Lazio. Eppure Kenneth Taylor, almeno in campo, sembra molto più inglese che olandese. Un centrocampista inglese vecchio stampo, di quelli che abbandonavano l’istinto una volta scesi sul campo di gioco per abbracciare una totale e incondizionata razionalità.

Tutto ciò che fa il centrocampista della Lazio sembra dettato da un’approfondita analisi costi-benefici. È un calciatore ombra, non lo si vede quasi mai, se non quando serve. E quando serve è spesso e volentieri. Perché Kenneth Taylor è sempre in continuo movimento, sempre del suo passo, senza mai affrettarlo. Non ne ha bisogno. Perché il calciatore olandese sa sempre dove stare: è al posto giusto quando serve raddoppiare per provare a recuperare; è al posto giusto quando i compagni hanno bisogno dell’inserimento di un centrocampista.

Lui fa tutto a suo modo: dribbla poco, ma ci riesce quasi sempre, tira poco ma difficilmente non c’entra la porta. E quando ha la palla al piede la fa girare, facendola arrivare precisamente tra i piedi del compagno meglio piazzato. Tutto questo seguendo una sola regola: fare ciò che è meglio e più semplice fare. Perché Kenneth Taylor è una destrutturazione calcistica, il suo gioco è un concentrato di sottrazioni e limature, l’esatto opposto del giocatore rococò che spesso piace al grande pubblico.

I tifosi dell’Ajax hanno impiegato diverse stagioni per accorgersi di tutto questo. Quando Erik ten Hag gli iniziò a dare più spazio all’Ajax sul finire della stagione 2021/2022 giustificò la scelta così: “È un centrocampista moderno”. I tifosi non capivano il senso di quella affermazione. Non galoppava verso l’area avversaria, non ritornava con furia e animosità verso la propria. Sembrava si muovesse indifferente da tutto quello che gli accadeva attorno. Apparenza. La sostanza, quella che vedeva ten Hag dalla panchina, era un’altra: quando c’era bisogno lui era dove doveva essere. Sbagliò forse a utilizzare “moderno” l’allenatore olandese. Ne doveva usare un altro. Ma solo perché dicendo “moderno” ai calciofili viene in mente altro: protagonismo a tutto campo. Non è cosa per Kenneth Taylor, lui al massimo è Dada.

   


    

Anche quest'anno c'è Olive, la rubrica di Giovanni Battistuzzi sui (non per forza) protagonisti della Serie A. Piccoli ritratti, non denocciolati, da leggere all'aperitivo. Qui potete leggere tutti gli altri ritratti.

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