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il foglio sportivo

Il senso delle Paralimpiadi italiane

Paola Arrigoni

Chiara Mazzel, Giacomo Bertagnolli, Oksana Masters, Brenna Huckaby, Renè de Silvestro. Il vero lascito dei Giochi non sono solo medaglie, ma le storie di chi tra neve e ghiaccio ha ridefinito i confini del limite e delle abilità

Che siano ricordati gli atleti e le atlete. Era con queste parole che il presidente del Comitato paralimpico internazionale (Ipc), Andrew Parsons, aveva dato avvio ai Giochi durante la Cerimonia d’apertura nella storica Arena di Verona. Ed è con questa certezza che lasciamo, non solo la Paralimpiade, ma Milano Cortina in sé. Come ogni edizione, se i cinque cerchi danno il benvenuto ai Giochi, sono infatti i tre agitos, simbolo del movimento paralimpico, a far calare il sipario su settimane di gare, record, emozioni o prime volte firmate da “obrigado” brasiliani e inni che ritornano. E l’hanno fatto proprio come aveva annunciato Parsons, con i titoli di coda che portano nome e cognome di chi tra neve e ghiaccio ha ridefinito i confini del limite e delle abilità. Sono loro il vero valore di queste Paralimpiadi italiane.

 

Ci sono Chiara e Giacomo. Uniti da quelle Paralimpiadi lontane, Pyeongchang 2018, quando una giovanissima Chiara Mazzel lo vide vincere la sua quarta medaglia e dalla sua Cavalese capì che “anche chi non vede può sciare”. Aveva 22 anni, la diagnosi di glaucoma da quattro, e un periodo non semplice da affrontare in cui “il mondo mi crollò addosso, pensavo che nulla avesse più senso”. E invece, quel senso lo ritrovò proprio grazie allo sport. Specialista delle discipline veloci, quelle che le permettono di mostrare tutto il suo carattere e la sua storia in pochissimi istanti, arrivò a Milano Cortina con il tricolore tra le mani, qualcosa di “totalmente inaspettato per me, un vortice di emozioni tutte insieme”. E ne uscì con le sue prime medaglie paralimpiche, salendo anche sul gradino più alto del podio. Giacomo Bertagnolli d’altra parte quei podi li aveva toccati più e più volte. Milano-Cortina è stata la Paralimpiade della riconferma. Quella in cui la doppia cifra di medaglie non è stata soltanto raggiunta, ma anche superata. E in quell’abbraccio dopo l’oro con la guida, che “ormai è come un fratello” Andrea Ravelli sono racchiusi quattro anni di momenti bellissimi e altrettanti molto difficili, ma in cui “ci siamo supportati a vicenda, eravamo la spalla l’uno dell’altro e abbiamo superato tutto. Non c’è cosa più bella che condividere queste medaglie con lui”.

 

C’è Oksana Masters. La più grande di tutte. Lei, che a trentadue settimane dai Giochi era su un letto di ospedale in attesa di riprendersi dalla sua ventottesima operazione, quella per ricostruire il legamento della mano destra, fondamentale durante le gare di biathlon. Figlia di Chernobyl, a causa delle radiazioni mentre era ancora nella pancia di mamma sviluppò delle malattie congenite. Crebbe in un orfanotrofio ucraino con sei dita nei piedi, mani con dita palmate e senza pollice, gambe senza tibia. Fu proprio lì che provò le sofferenze più grandi, tra le quali la morte della sua migliore amica Laney, uccisa per un pezzo di pane. Ed è lì che ritornò con la testa prima delle gare: “Dovevo mettercela tutta per la piccola Oksana e per tutte quelle che ci sono nel mondo”. Così, tra un nastro adesivo che le bloccava la mano per sciare meglio subito dopo i poligoni, e il futuro marito Aaron Pike ad aspettarla al traguardo, già al primo giorno di gara non solo conquistò l’oro, ma anche la sua ventesima medaglia in carriera, tra estive e invernali. E non si fermò lì, perché quel venti cambiò cifra più volte nei giorni successivi. 

 

E poi c’è Brenna. Che per la prima volta in tre Paralimpiadi di fila concluse senza una medaglia. Dopo i due ori di Pyeongchang e l’oro e il bronzo di Pechino, la statunitense dalle ciocche viola non riuscì ad arrivare a podio. Amputata sopra il ginocchio alla gamba destra a causa di un osteosarcoma quando aveva tredici anni, Huckaby è l’unica atleta con un’amputazione così alta a gareggiare nello snowboard. È anche per questo che si posiziona sulla tavola con il pantalone tirato su, per mostrare in ogni salto quella protesi color viola che luccica al sole. Altrimenti “come avrebbe fatto la piccola me a pensare che fosse possibile?”. È per loro, per le Brenna del futuro, che questa medaglia sfumata porta tutto il senso di una Paralimpiade. 

 

O il nostro Renè de Silvestro, che insieme a Chiara portò la bandiera. Per lui erano proprio i Giochi di casa, nato e cresciuto a San Vito di Cadore, a una decina di chilometri da Cortina. Gli striscioni “W Renè”  lungo tutto il tragitto verso le piste e la folla di persone e amici a fare il tifo per lui. Partiva tra i favoriti con due medaglie di Pechino alle spalle, 6 medaglie ai Campionati del Mondo e 2 Coppe del Mondo di specialità. Sbagliò le prime due gare, quarto posto in entrambe. Eppure, trovò la motivazione per dare quel qualcosa in più che lo vide a undici centesimi dall’oro nella combinata: “Avevo tanta rabbia addosso, questo argento è un oro non solo per me, ma anche per tutti coloro che sono venuti a sostenermi”. Tra questi la piccola Nina di due anni e mezzo, che gli ha portato fortuna con quel calzino trovato un giorno per caso in valigia e che ora porta con sé perché “non si sa mai che porti bene”.

 

E così, forse in quegli 8992 spettatori della prima partita di para ice hockey, record storico in una Paralimpiade invernale, qualche bambino e bambina, ma non solo, crescerà pensando che “tutti, ma proprio tutti, possono fare sport”, come raccontava il portiere della Nazionale Santino Stilitano, lui che iniziò proprio dopo Torino 2006 ed è ancora là, tra la rete e i dischetti. O penserà alle discese di Chiara, agli abbracci con le sue guide, alla bandiera italiana che si alzò più volte e al ricordo di quell’inno che risuonò tra le Tofane. E in seconda battuta alle sue parole. A quel non mollare mai, nonostante ci furono tanti periodi difficili, soprattutto all’inizio. Perché se lo avesse fatto, ma soprattutto non ci fosse stato un Giacomo prima di lei, quell’emozione e quel sorriso che luccica tra la neve di Cortina, non sarebbe mai arrivato. Perché per lei, ancora oggi, la risposta è sempre solo una: lo sport. Che possa quindi, grazie a Milano Cortina, grazie a tutti loro, diventare la risposta di tanti altri.