Foto Epa, via Ansa
Calcio politico
I guai del Mondiale di Trump dopo il caso delle calciatrici iraniane in Australia
La Nazionale iraniana di calcio maschile non parteciperà al Mondiale 2026. Tra propaganda, fughe e richieste di asilo, il pallone è diventato solo un altro capitolo dello scontro tra regime, guerra e libertà
Il calcio non trova pace. Del resto, si gioca nello stesso mondo che pace non ha. E se l’Iran è in fiamme e l’America è in guerra con il regime della Repubblica islamica, nemmeno il pallone può portare la pace. Anzi, è uno strumento politico. L’Iran, dopo giorni di frasi sussurrate, ha messo ufficialmente il pallone al centro della contesa: “Considerando che questo regime corrotto (gli Stati Uniti, ndr) ha assassinato il nostro leader, in nessun caso possiamo partecipare alla Coppa del mondo”, ha detto il ministro dello Sport iraniano Ahmad Donjamali in una intervista televisiva: “Negli ultimi otto o nove mesi ci sono state imposte due guerre e diverse migliaia dei nostri cittadini sono stati uccisi. Per questo motivo non abbiamo assolutamente alcuna possibilità di partecipare”. Intenzione vera o minaccia? Spazio aperto per entrambe le interpretazioni.
Può essere una minaccia, perché proprio ieri mattina Gianni Infantino, il presidente della Fifa, è stato alla Casa Bianca per parlare con Trump e lui stesso ha fatto sapere di aver discusso della “situazione attuale in Iran e del fatto che la squadra iraniana si è qualificata per partecipare alla Coppa del mondo”. E quindi, “durante le discussioni, il presidente Trump ha ribadito che la squadra iraniana è, ovviamente, benvenuta a partecipare al torneo negli Stati Uniti. Abbiamo tutti bisogno di un evento come la Coppa del mondo per unire le persone ora più che mai, e ringrazio sinceramente il presidente degli Stati Uniti per il suo sostegno, poiché dimostra ancora una volta che il calcio unisce il mondo”. Magari “unisce” non proprio, in questo momento. Tanto più che, prima di dire che l’Iran è “benvenuto” al Mondiale (non una rassicurazione, ma una frase che sembra di circostanza), Trump aveva detto a Politico che della partecipazione o meno degli iraniani alla Coppa del Mondo in America non gli importava nulla.
Può essere, però, anche un’intenzione vera non fosse altro per le difficoltà in cui il regime si è trovato nei giorni scorsi con la Nazionale femminile impegnata in Australia nella Coppa d’Asia: prima della partita contro la Corea del sud, le giocatrici non hanno cantato l’inno nazionale e la cosa rischia di costare caro a ognuna di loro. Dalla tv di stato, infatti, è subito partita l’accusa di essere “traditori in tempo di guerra” e la richiesta che venissero punite come tali (in questo caso si può arrivare fino alla pena di morte). “La macchia del disonore e del tradimento deve rimanere sulla loro fronte e devono affrontare una punizione definitiva e severa”, ha detto Mohammad Reza Shahbazi, conduttore tv.
Da quel momento, la squadra si è trovata sotto una pressione insostenibile, con le giocatrici messe sotto controllo dalle Guardie della rivoluzione e costrette, nella partita successiva, a cantare l’inno e a fare il saluto militare. Tutto controllabile finché la Coppa d’Asia era in corso, ma quando le ragazze iraniane hanno visto l’ultimo pallone delle Filippine finire nella propria porta e certificare l’eliminazione la paura si è manifestata in tutta la sua potenza. Come tornare a casa? Così, mentre uscivano dallo stadio in pullman tra i manifestanti che gridavano “salvate le nostre ragazze”, alcune giocatrici hanno fatto il gesto internazionale di richiesta d’aiuto (il pollice nel palmo della mano aperta e poi le altre dita che chiudono il pugno), accendendo ancora i riflettori sulla loro paura.
Cinque di loro sono passate ai fatti, non presentandosi alla cena in hotel lunedì sera, lasciando l’albergo con l’aiuto della polizia australiana, mentre era partita la caccia alle fuggitive della sicurezza iraniana. Sono subito partiti gli appelli al governo australiano perché concedesse asilo politico alle giocatrici richiedenti e una spinta notevole (per quanto il ministro dell’Interno fosse già al lavoro) è arrivata da Trump. L’asilo, infatti, è stato poi concesso alle cinque giocatrici, che hanno anche autorizzato la diffusione del loro nome e della foto senza velo con il ministro dell’Interno australiano, Tony Burke: sono la capitana Zahra Ghanbari e le compagne di squadra Fatemeh Pasandideh, Zahra Sarbali, Atefeh Ramezanizadeh e Mona Hamoudi. Il visto è lo stesso concesso a ucraini e afghani fuggiti dai conflitti in casa loro, con possibilità di estensione per la protezione permanente. A loro, poi, si erano aggiunte un’altra calciatrice e un membro dello staff della Nazionale, mentre le altre sono state guardate a vista dalla sicurezza iraniana e sono state portate sull’aereo del ritorno (senza uso della forza, hanno assicurato le autorità australiane). Alcune hanno scelto di tornare perché sapevano delle minacce arrivate alle proprie famiglie. Poi una delle ultime due a richiedere il visto ha cambiato idea e ha scelto di tornare in Iran, ma così ha rivelato dove erano tenute le compagne di squadra dissidenti, che sono state trasferite in un altro luogo sicuro. Con il rischio di altre proteste durante il Mondiale negli Stati Uniti, forse l’Iran preferisce non esserci.