LaPresse
Il Foglio sportivo – IL RITRATTO DI BONANZA
Il fatalista improvvido
"Tanto ne avremmo preso un altro goal prima o poi". Con le parole di De Gea siamo dentro una deformante normalità che però non può appartenere a una dimensione agonistica e altamente professionale. L'esempio di Raphaël Varane
Il calcio riassunto in poche parole: “La differenza tra vincere e perdere è minima”. Le ha pronunciate Raphaël Varane, ex grande difensore di Real Madrid, Manchester United e Nazionale francese, oggi dirigente del Como. Può sembrare una frase banale la sua ma non lo è. Ad alti livelli il successo è una lama sottile. Puoi perdere per una piccola distrazione, un errore arbitrale (ormai non sono nemmeno più errori ma allucinazioni), un breve momento di astenia. È sempre stato così, sin dalle origini. La differenza è che oggi lo notano tutti, perché tutti guardano le partite, e un errore te lo fanno pesare all’infinito. Per questo sono molto rischiose (stavo scrivendo pericolose, ma mi sono trattenuto) alcune dichiarazioni come quella rilasciata nel post partita di Udine da David De Gea, portiere della Fiorentina. Gli ho chiesto: “Sul primo gol non potevi uscire?”. La risposta mi ha gelato: “Sì, ma tanto ne avremmo preso un altro prima o poi”. Cosa pensa De Gea che il calcio sia ancora uno sport stile giochi della gioventù? No, non lo è ormai da tempo. Il calcio è diventata una ragione di sopravvivenza (per alcuni, e non esagero), di stile, di appartenenza. Liquidare una sconfitta con tanta leggerezza comporta delle conseguenze. Sul momento, in diretta, sono stato tentato di calcare la mano, ma ho pensato alle conseguenze (avrebbe risposto piccato e da lì sarebbe scesa una valanga) e quindi mi sono trattenuto. In questi giorni di guerra non me la sono sentita di soffiare sul fuoco di una polemica che riguarda il calcio.
Per questo oggi ne scrivo in chiave essenzialmente antropologica (vabbè, anche meno). La frase di De Gea, evidenzia il malessere di una squadra che non solo è debole, ma, questione assai più preoccupante, si sente debole. E qui andiamo oltre i dettagli, dentro un piccolo psicodramma sportivo. Ma il calcio è anche questo, ciò che razionalmente non è spiegabile. Anche se, c’è dell’altro. Mentre nelle parole di Varane io trovo la giusta dimensione del calcio, quella tensione che lo rende extra ordinario – la palla che tocca sul nastro e cade di là o di qua, per citare Woody Allen (e un po’ mi costa) – in quelle di De Gea ci si allunga verso l’ordinario, la vita dei mortali, quelli che fanno fatica anche a vincere a briscola, nel caso scoppi una competizione esagerata. Insomma, siamo dentro una deformante normalità che però non può appartenere a una dimensione agonistica e altamente professionale. Se Varane cammina con attenzione sul filo, De Gea, fatalista improvvido, a quel filo si appende come un acrobata in vacanza. Sospeso, nell’atarassica attesa di cadere.
Il Foglio sportivo