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“Sono uscito dal buio, ma ho perso Dio”. Intervista ad Achille Polonara
“Mi chiedo ancora perché sono capitate tutte a me. E io pregavo tutte le sere. Sono sempre stato una persona positiva. Ho sempre cercato di guardare le cose dal lato migliore”, dice il cestista
La prima domanda è obbligatoria: Achille Polonara come sta adesso?
“Bene, sto bene anche se c’è stata qualche piccola complicanza post trapianto di midollo, cose che possono succedere, ma adesso mi hanno cambiato la cura e le cose stanno andando meglio”.
Le hanno appena messo anche un ombrellino nel cuore.
“Ho dovuto fare un ultimo piccolo intervento, una passeggiata rispetto a tutto quello che avevo passato prima”.
Dove trova questo ottimismo infinito?
“Sono sempre stato una persona positiva. Ho sempre cercato di guardare le cose dal lato migliore. Non significa che non abbia avuto momenti bui, anzi. Il periodo del coma e soprattutto il post coma sono stati durissimi. Avevo rifiuto per il cibo, per l’acqua, era più mentale che fisico. Però l’indole ottimista mi ha aiutato a non mollare”.
Ha intitolato la sua autobiografia “Il mio secondo tempo”. In realtà sembra quasi un terzo, tra tumore e leucemia.
“Sì, è vero. Ma “secondo tempo” per me significa nuovo inizio, un nuovo capitolo. Gli ultimi due anni non sono stati fortunati dal punto di vista della salute, però voglio credere che questo sia l’inizio di qualcosa di diverso, magari con un po’ più di serenità”.
Scrive che ogni giorno è un tempo supplementare.
“Lo è davvero. Ogni mattina che mi sveglio è un successo. In coma la situazione era critica: secondo i medici potevo non svegliarmi o restare in sedia a rotelle. Essere qui oggi a raccontarlo è già una vittoria”.
Nel libro ha inserito cinque pagine bianche per rappresentare i giorni di coma.
“Perché non ricordo davvero nulla. È come se avessi messo la modalità aereo e mi fossi spento. Non mi sono accorto di quando sono entrato in coma, né di quei cinque giorni. Quelle pagine bianche raccontano proprio quel vuoto”.
C’è però un ricordo: sua moglie Erika alla quale ha dedicato il libro.
“È l’unica presenza che percepivo. Sono venute tante persone a trovarmi, ma ero in uno stato confusionale. Con lei invece reagivo, stringevo la mano. Mi metteva anche una canzone che amo, ‘Domenica’ di Holly. Piangevo ascoltandola, anche con il sondino in bocca. Mi agitavo perché volevo che la lasciasse”.
Dice di non aver fatto nulla di eroico. Eppure la forza sua e della famiglia è un esempio.
“Mia moglie ha fatto qualcosa di straordinario. Nulla è scontato. È stata l’unica a credere che mi sarei svegliato, anche quando i medici erano pessimisti. Dopo il coma ho avuto crisi, momenti difficili. Lei mi ha supportato e sopportato. Ancora oggi è la mia ‘segretaria’: si ricorda tutte le medicine, organizza tutto. Senza di lei sarei perso”.
Quando le hanno diagnosticato la leucemia ha pensato di mollare.
“Sì. Dopo il tumore, un anno e mezzo prima, mi sono chiesto: perché devo combattere ancora? Non vedevo una luce. È stata lei a rimettermi in piedi, parlando dei bambini, della famiglia. Mi ha ridato motivazione”.
Si è chiesto tante volte “perché a me”?
“Sì, e me lo chiedo ancora. Ma ho capito che una spiegazione non c’è. Continuare a cercarla non serve”.
Quanto è stata determinante la parte mentale?
“Fondamentale. In queste battaglie la testa fa la differenza. Ho anche chiesto aiuto a uno psicologo dopo il coma. Non pensavo ne avrei avuto bisogno, invece sì. Farsi aiutare è segno di maturità”.
La prima diagnosi è arrivata grazie a un controllo antidoping.
“Esatto. Dopo quattro anni all’estero ero rientrato in Italia e mi hanno controllato due volte in pochi giorni. Da lì sono partiti gli accertamenti. Paradossalmente devo ringraziare quel controllo: è stato preso in tempo”.
Lo sport l’ha aiutata?
“Tantissimo. Ti insegna a soffrire, a resistere. Sono andato via di casa a 15 anni, sono cresciuto in fretta. Questo mi ha formato come uomo”.
Ha detto che prima era molto credente, oggi meno.
“Mi chiedo perché certe cose succedano a chi è sempre stato credente e non ha mai fatto tanti danni nella vita e non a un criminale... Non c’era giorno in cui non pregavo prima di andare a dormire. Sono arrabbiato, più che altro”.
C’è qualcosa che può farle tornare la fede?
“Penso di sì perché sono stato veramente credente e magari prima o poi la rabbia diminuirà”.
Ha trovato nell’amore la tua forza.
“Dalla famiglia, dagli amici, anche da persone che non conosco. Ho ricevuto un affetto enorme”.
Pensa ancora al basket?
“Quest’estate non volevo più sentirne parlare. Poi è arrivata la proposta di Sassari, un posto dove ero stato bene. E mi ha riacceso qualcosa. Mi ha aiutato anche durante la chemio a Valencia: avevo nausea, dolori, ma pensare al campo mi dava energia”.
La Nazionale le è stata vicina.
“Pozzecco mi chiamava 30 minuti prima delle partite per salutare i ragazzi in videochiamata. Mi scriveva quasi tutti i giorni. È come un fratello maggiore. Anche Banchi mi ha nominato capitano per farmi sentire parte del gruppo. Sono gesti che non dimentichi”.
Come si convive con la paura?
“Non è facile, ma non le permetto di decidere per me. Ho ancora momenti difficili, ma oggi apprezzo cose che prima davo per scontate: una passeggiata al parco con i figli, un gelato con mia moglie. Le cose semplici della vita”.
Qual è il vostro sogno ora?
“Stabilità. Routine. I bambini a scuola, una città dove fermarsi. Una vita normale”.
Oggi riesce ad addormentarti sereno?
“Sì. Dopo il coma un po’ di paura c’era, ma ora no. Vivo giorno per giorno”.
Se dovesse riassumere tutto in una frase?
“Che ogni giorno è un regalo. E che vale sempre la pena combattere”.
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