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cosa c'è dietro ai successi olimpici
Alle Olimpiadi 30 medaglie e non per caso, dice il segretario generale del Coni Mornati
L’eccellenza italiana ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 nasce da un ecosistema vincente. Il Coni e la “confederazione delle federazioni”
Noi italiani comuni, noi spettatori o appassionati di sport invernali, abbiamo fatto tutti “ohhh”, abbiamo spalancato gli occhi di fronte alle vittorie di Milano Cortina che sembravano miracoli, pensiamo ai due ori di Federica Brignone. Invece niente miracoli ma solo lavoro, programmazione, scienza, medicina. Una piramide di governance ben costruita. Vincere trenta medaglie non è un caso. Perché l’Italia, nonostante le mille lamentele e i soliti “gufi”, alle Olimpiadi è sempre così brava?
La persona giusta cui porre la domanda è Carlo Mornati. Nato a Lecco – il canottaggio è nel Dna del lago, lui ha vinto l’oro olimpico a Sidney nel “quattro senza” – oggi segretario generale del Coni: un uomo di sport alla guida di una macchina che non si ferma mai (Los Angeles 2028 è già dietro l’angolo). Dopo il trionfo olimpico dai vertici delle federazioni degli sport invernali hanno commentato: trenta medaglie non sono una sorpresa, sapevamo che avremmo raggiunto quell’obiettivo.
Mornati, ci spiega come? E che cosa è l’Olympic Index? “Il nostro è un lavoro che nasce molto prima – racconta – l’Olimpic Index sono dati statistici, dietro ogni risultato ci sono dei numeri. L’indice si basa su una media ponderata dei risultati ottenuti nei quattro anni precedenti tra Mondiali, Coppe del mondo ed Europei, sia a livello giovanile sia assoluto. Nelle 116 gare delle discipline olimpiche invernali, l’Italia risultava quarta al mondo. I dati evidenziavano 65 podi su 116 gare mondiali e 75 piazzamenti nei primi quattro posti, con almeno 62 gare considerate tecnicamente ‘da medaglia’. I risultati hanno confermato”. Bravi. “Io dico che siamo bravi, ma bisogna spiegare il perché: in pochi conoscono davvero il sistema sportivo italiano”. Il grande pubblico non lo conosce, appunto. “In un paese di cui spesso si segnalano solo i limiti lo sport è invece uno dei settori che funziona meglio. Dove i meriti sono riconosciuti, il lavoro sostenuto. Il fatto che l’Italia negli ultimi trent’anni si sia sempre posizionata nella top ten olimpica è la prima risposta”. E il primo ingrediente? “Il primo punto è la conformazione giuridica del nostro Comitato olimpico, che ha una struttura federativa. Mi spiego. Il Coni si occupa ovviamente della partecipazione ai Giochi. Ma è anche una ‘confederazione delle federazioni’, e questa sua forma giuridica – praticamente un unicum tra i comitati olimpici – è la base di un rapporto di osmosi con le federazioni, che a loro volta sono in osmosi con le società sportive. Che in Italia sono circa 120 mila, e parlo di quelle riconosciute: il Coni è il vertice del sistema sportivo ‘regolamentato’”.
Spiega Mornati che nello sport italiano “si lavora in stretta sinergia piramidale: dal basso verso l’alto e dall’alto verso il basso”. Un patrimonio importante. “Un presidio sociale, educativo, territoriale di immenso valore. Il Coni è come se fosse un ente regolatorio”. Poi ci sono gli atleti che vanno alle Olimpiadi, che non sono tutti… “Il lavoro con gli atleti delle squadre nazionali viene svolto in un ecosistema, molto accentrato. Le federazioni hanno i centri federali, seguono gli atleti passo a passo. Ma molti di questi centri vengono surrogati dai centri olimpici, quindi la maggior parte degli atleti che vanno alle Olimpiadi si allenano dentro i nostri centri, in modo che indirettamente partecipiamo alla loro preparazione. E’ il nostro modello. Negli Stati Uniti è diverso, gli atletai hanno i propri staff, qualcosa di più simile al tennis. Il Coni ha un apparato medico-scientifico e tecnico – pensiamo agli ingegneri per gli attrezzi degli sport invernali – che collabora con quello delle federazioni”. II principali Centri di preparazione olimpica (Cpo) sono a Roma, Formia, Tirrenia e per gli sport invernali a Livigno. Tutte strutture d’eccellenza. Possiamo parlare anche di una rinascita delle federazioni, in molti settori? “Più che una rinascita, ripeto: nel 1996, quando io partecipavo alle Olimpiadi, l’Italia era già nei primi dieci paesi del mondo. Non trovo tanti settori della vita italiana che siano sempre costantemente nelle top ten”. E tutto questo in un paese che ha una penuria cronica di strutture sportive. Ad esempio la scuola, tuttora non è un primo bacino formativo per lo sport come in altri paesi. “Infatti è l’ecosistema delle federazioni che permette ai giovani di incontrare lo sport. Migliorare le strutture della scuola ovviamente non è compito del Coni, ma è sempre più necessario, anche a fronte della crisi demografica”. Medaglie e demografia sono in correlazione? “Sì, perché – come avviene ad esempio in Cina, o avveniva nel nostro calcio quando a praticarlo erano decine di migliaia di ragazzini, e oggi sono un decimo – devi fare i conti con le persone. Oggi non puoi permetterti di perdere nessuno che abbia prospettiva agonistica, devi curare il dettaglio”. Quanti sono gli atleti che entrano nel vostro radar? “Nei Cpo monitoriamo 1.500, quasi 2.000 atleti di vertice di ogni federazione, i probabili olimpici. Considera che adesso abbiamo portato circa 200 atleti a Milano Cortina e alle Olimpiadi estive ne vanno circa il doppio, 400. Il meglio di una rosa ampia, monitorata. Sai chi sono, ne segui il cammino, li tracci con gli eventi intermedi come i Giochi giovanili. Se ti trovi una Flora Tabanelli che vince un bronzo alle Olimpiadi è perché era la portabandiera due anni fa alle Olimpiadi giovanili. Anche qui è un sistema più unico che raro”.
Dietro ci sono scienza e medicina. “L’obiettivo è mettere l’atleta al centro del progetto. Deve esserci anche lì una sorta di ecosistema che va dalla famiglia al preparatore atletico all’allenatore alla federazione e al Coni. Oggi la parte medico scientifica fa la differenza, perché in un mondo globalizzato tutti sanno come si allenano tutti. Fino a 30 anni l’allenamento aveva la parte principale, oggi sai in tempo reale cosa ha fatto un avversario mezz’ora fa, che preparazione. Nell’invernale che vinci per millesimi, centesimi, l’apparato tecnico scientifico fa la differenza. Alle Olimpiadi quest’anno avevo, tra ingegneri, fisioterapisti e medici una squadra di 30 persone. Più gli specialisti delle federazioni. Poi chi fa le video analisi, le match analisi, lo studio della pista”. E’ il lavoro quotidiano che noi non vediamo.
Un’altra critica tipica all’Italia sportiva è che non si investe abbastanza. Ma sembra di capire che la struttura attuale inizi a funzionare, anche con l’innovazione di Sport e Salute. “Inizia a funzionare di sicuro perché c’è la riforma di Giorgetti, che permette ad sempio che venga retrocesso allo sport un minimo garantito (circa 260 milioni, ndr) ogni anno che in passato non c’era. Quello che manca senza dubbio è il sistema di finanziamento di società e federazioni. Spesso poi la loro attività si basa sull’impiantistica scolastica, soprattutto nei piccoli centri, e lì serve qualcosa di più, uno scatto. Finalmente se n’è presa coscienza, ma serve un vero e proprio piano Marshall per lo sport”. Che non è responsabilità del Coni. “No, non c’entra niente. C’entra con Sport e Salute, col ministro. Se un governo pensa che lo sport sia importante nella sua dimensione sociale devi dargli uno sbocco che passa attraverso l’infrastruttura sportiva”.