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Comitato di vergogna

Viva le Paralimpiadi, ma disonore sull'Ipc che permette le bandiere russe. C'è chi dice no

Maurizio Crippa

La macchia sui burocrati del Comitato paralimpico che hanno dichiarato, nei fatti, di stare dalla parte di una dittatura sanguinaria, quella di Vladimir Putin

Il braciere olimpico si sta per riaccendere sotto l’Arco della pace di Milano e a Cortina, e Milano da domani sarà chiamata a verificare se la sua elogiata modernità sarà all’altezza del “design for all”, il design inclusivo richiesto anche alle grandi manifestazioni sportive dalla nostra epoca ispirata all’etica e ai diritti. Arrivano i Giochi paralimpici invernali, un onore ospitarli (la prima edizione estiva fu del resto a Roma nel 1960) e un applauso ai 655 atleti da oltre 50 nazioni che vi prenderanno parte. Applausi e onore che invece non spettano, nemmeno un po’, ai responsabili della loro organizzazione, il Comitato paralimpico internazionale, da non confondere col Cio. Nessun onore all’Ipc che ha deciso di far partecipare con le proprie bandiere la Russia e la Bielorussia.

 

L’Ipc ha infatti deciso di contraddire se stesso, e ogni buona logica del diritto  internazionale, in questi giorni tanto sbandierato a vanvera, scegliendo una direzione diversa da quella confermata ancora un mese fa dal Comitato olimpico internazionale: ha infatti deciso che alle Paralimpiadi possano partecipare atleti e atlete russi e bielorussi con i loro colori e bandiere, che erano stati esclusi dopo i Giochi di Sochi del 2014, anno dell’invasione della Crimea, e tra le motivazioni successivamente confermate per tale esclusione c’era la violazione della Carta olimpica per “l’annessione di organizzazioni sportive ucraine in territori occupati” dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. Atlete e atleti russi avevano potuto partecipare alle edizioni dei Giochi, ma senza vessilli e solo attraverso il gruppo degli Atleti individuali neutrali.

   

Dal 2022 nulla è cambiato, nella guerra di Putin contro Kyiv, e la decisione dell’Ipc è davvero sconcertante e fonte di crescenti critiche. Il ministro dello Sport italiano, Andrea Abodi, era stato assai esplicito: “Siamo sconcertati dalla scelta dell’Ipc sugli atleti russi. Spero venga rivalutata”. Una scelta che invece il Comitato ha confermato, alla vigilia dell’inaugurazione dei Giochi a Verona venerdì, ma che sta provocando un duro boicottaggio che coinvolge ora nove nazioni europee: oltre all’Ucraina, alla cerimonia non parteciperanno Finlandia, Polonia, Repubblica ceca, Paesi Bassi, Estonia, Lettonia e Lituania e da ultimo è arrivato il no della Germania: in totale nove paesi, compreso il Canada. Il pasticcio sta debordando. Alla cerimonia di apertura di Verona nessun atleta farà da portabandiera per il proprio paese, nell’imbarazzo dell’Ipc che ha cercato con questa scelta di minimizzare “in senso tecnico” un fatto politico invece di grande portata.  Molte delle 56 nazioni avevano annunciato che non avrebbero sfilato. Sergio Mattarella e Giorgia Meloni saranno presenti a Verona, il ruolo e il garbo istituzionale lo impongono, ma il giudizio dello sport italiano è stato molto chiaro.

Per aggiungere disonore al disonore, l’Ipc ha inoltre vietato agli atleti ucraini di indossare la divisa cerimoniale, coi colori nazionali, perché la giacca riproduce una mappa dell’Ucraina che include il Donbas e la Crimea occupati dalla Russia. Dunque la bandiera insanguinata degli invasori sì, quella del popolo che si difende no. 

Non che il Cio si fosse comportato molto meglio, con l’Ucraina, quando vietò all’atleta ucraino Vladyslav Heraskevych di gareggiare nello skeleton con un casco che raffigurava i volti dei suoi compagni uccisi in guerra. La vergogna del Comitato paralimpico internazionale non potrà certo ricadere oggi né mai sugli atleti e le atlete. Ma la macchia sui burocrati che hanno dichiarato, nei fatti, di stare dalla parte di una dittatura sanguinaria e non con un popolo libero è per sempre.


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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"