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Il Foglio sportivo
Voglio una vita piena di adrenalina. Parla Simone Deromedis
“Mi è sempre piaciuto saltare e volare con gli sci. Provato lo ski cross non ho più smesso”, ci dice l’ultimo oro dei Giochi: “Ora ho un sogno: fatemi provare a guidare in un rally”
Vuole una vita piena di adrenalina. Una di quelle vite fatte così, che tanto hanno fatto cantare Vasco Rossi. A Simone Deromedis, l’ultimo oro azzurro ai Giochi di Milano-Cortina 2026, basta andare giù veloce. Sugli sci, in bicicletta, in auto. Una vita piena di quella carica che ti dà una gara di ski cross, una disciplina che quando la guardi in tv non riesci più a farne a meno, soprattutto se all’arrivo c’è un titolo olimpico ad aspettare quei quattro che si tuffano giù senza un domani e ad ogni curva sono sul punto di agganciarsi e finire nel bosco. Per Simone quella di Livigno, sotto una nevicata da film di Natale e su una pista via via sempre più pesante, è stata la giornata perfetta: partenza davanti, traiettorie pulite, nessuna sbavatura. “Se parti primo e arrivi primo è l’ideale”, racconta con la semplicità di chi sa che, nello ski cross, la teoria è chiara, ma la pratica è una battaglia lunga un minuto e quindici secondi, da ripetere fino a sei volte in un giorno.
Le condizioni non erano semplici. La nevicata aveva rallentato la pista, cambiando completamente velocità e riferimenti. “Dovevi adattarti, spingere di più per arrivare giusto sui salti. Serviva lucidità per capire cosa fare”. È qui che entra in gioco quella “fame” di cui parla spesso: la voglia di vincere quando le gambe bruciano e l’ossigeno sembra non bastare. Perché nello ski cross sono le gambe a fare il lavoro più duro, soprattutto quando qualifiche e finali si concentrano nella stessa giornata. Un giro di prova, la qualifica, poi batterie e finale: la fatica si accumula, e non c’è tempo per rilassarsi. Si torna su in motoslitta e si riparte. L’oro conquistato insieme all’argento di Federico Tomasoni ha regalato all’Italia una doppietta che può avvicinare nuovi ragazzi alla disciplina. Deromedis, in fondo, allo ski cross ci è arrivato quasi per caso, dopo aver provato una gara “per divertimento” al Trofeo Topolino. Prima c’era lo sci alpino, iniziato tardi rispetto agli standard di uno sport che richiede investimenti importanti e centinaia di giornate sulla neve. “Io sciavo due mesi, gli altri quattro o cinque. Non potevo pretendere di essere competitivo e quando ho incontrato Franzoni nelle prime gare regionali, le ho sempre prese”. Eppure, forse proprio quell’inizio meno ossessivo gli ha permesso di conservare entusiasmo e curiosità quando altri coetanei erano già entrati nella fase di drop-out, tipica degli sportivi italiani che a 15-16 anni sono già stufi. Nello ski cross ha trovato la sua dimensione: una via di mezzo tra l’agonismo dello sci alpino e la libertà del freestyle. È l’unica disciplina dello sci in cui si corre spalla a spalla, senza cronometro come unico avversario.
“Mi piace stare in aria, mi piace volare. Mi è sempre piaciuto fare i salti”. E soprattutto gli piace la velocità, in tutte le sue forme. In bici, ad esempio, dove il downhill è la specialità preferita: anche lì conta il coraggio, la capacità di leggere il terreno, l’adrenalina pura. La passione per la velocità non poteva che portarlo nel mondo dei motori. Lo si vede dal suo casco con la livrea Martini Racing, quella che ha fatto la storia delle corse nei rally e anche in Formula 1: “Quei colori sono un omaggio a un’epoca leggendaria dei rally, quella delle Lancia Delta del Gruppo B che secondo me rappresenta l’apice del motorsport”. Un primo sogno sarebbe guidarne una con Miki Biasion che con quelle Delta è stato un fenomeno assoluto, vincendo dovunque. La Formula 1 oggi lo attira meno, gli manca il sound di certi motori, trova tutto un po’ troppo commerciale e poi “il pilota conta meno”. Però trova un sacco di cose in comune tra il suo sport e la Formula 1: “Una manche è come un Gran premio condensato in un solo giro. Non c’è tempo per studiare l’avversario: o entri in quella curva o resti dietro. Anche nello ski cross la scia è decisiva. Senza motore, l’inerzia è tutto. Se quello davanti ti taglia l’aria, in un attimo ti risucchia. Per questo partire davanti è un vantaggio, ma anche una responsabilità: bisogna tenere il ritmo senza offrire opportunità a chi insegue. Secondo e terzo posto sono spesso le posizioni più rischiose, tra sorpassi forzati e contatti. In gara non ci sono amici, ma al traguardo si torna a parlarsi: l’ambiente resta sano, competitivo ma rispettoso”.
Gli infortuni fanno parte del gioco. La clavicola rotta 32 giorni prima del Mondiale che poi ha vinto è una delle sue imprese più significative: un recupero lampo, una corsa contro il tempo in vero stile Brignone. L’oro olimpico cambia la vita, inevitabilmente. “Spero non troppo”, dice. La medaglia è rimasta a casa, al sicuro, lontana dai festeggiamenti. I complimenti sono arrivati da ogni parte, compresa la telefonata di Alberto Tomba, leggenda capace di trasformare le vittorie in spettacolo: “Mi aveva già chiamato dopo il Mondiale, quindi un po’ me l’aspettavo, ma mi ha fatto davvero piacere. Lui ci segue sempre, gli piacciono le nostre gare. Anche se sono nato nel 2000 per me Alberto resta un mito anche per il suo carisma e l’impatto mediatico delle sue imprese”. Deromedis potrebbe diventare il Tomba dello ski cross. Vuole continuare a spingere, a cercare quella sensazione di volo e di adrenalina che lo accompagna fin da bambino. E magari, un giorno, sedersi davvero al volante di un’auto da rally. “Se qualcuno mi vuole pagare una stagione, sono pronto”. Intanto c’è una Coppa del Mondo da inseguire, altre gare da vincere, magari ancora in volata con Federico per continuare a far risplendere anche il sole sul casco dell’amico e pensare a Matilde.
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