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Il foglio sportivo
Quanta testa c'è stata dietro le medaglie di Milano-Cortina. Parla il mental coach Marco Valerio Ricci
“A certi livelli è questione di dettagli, di spinte interiori. Brignone è incredibile per determinazione, ferocia, lucidità. Durante la cerimonia di apertura non riusciva nemmeno a camminare dal dolore al ginocchio. Due giorni dopo ha conquistato l’oro, poi si è ripetuta", dice Ricci
Un’edizione delle Olimpiadi invernali che è già storia. E per l’Italia, la migliore di sempre: dieci ori, trenta podi. Ma quanto conta davvero la testa, quando si vince una medaglia ai Giochi? “Direi per l’80 per cento”, spiega Marco Valerio Ricci, mental coach – o ottimizzatore di performance – da vent’anni al fianco del nostro movimento sportivo. Rugby, calcio, sci. Gli occhi ora su Milano-Cortina. “A certi livelli è questione di dettagli, di spinte interiori. Perché tutti gli atleti sono estremamente preparati e competitivi. A meno di non chiamarsi Johannes Klaebo: talmente dominante che anche in una giornata storta avrebbe stravinto comunque”. Da indiscusso signore delle nevi. Gli altri, tra più “umane” storie di cadute e di successi? “Vedo tante medaglie di spessore, specchio delle persone che le hanno messe al collo. E non solo quelle: le immagini-simbolo di queste Olimpiadi sono un tesoro per tutti”.
Un flashback dopo l’altro. “Lindsey Vonn, in quei drammatici 13 secondi. Da lei ci si poteva aspettare una scelta coraggiosa rispetto alla mentalità di chiunque”, spiega Ricci. “Gareggiare è stato un azzardo, ma la sua caduta non è correlata all’infortunio precedente. È stata una decisione ardita e ponderata, presa insieme all’equipe medica, senza rimpianti. Vonn ha inseguito il suo sogno: tornare alle gare da protagonista. E lì, a 41 anni, la forza mentale è tutto: quando il nostro organismo non cresce più fisicamente, i margini di miglioramento sono tutti dati dalla maturità, dalla capacità di dosarsi, automotivarsi. Di trovare quell’energia extra innescata dallo svolgere quel che si ama. Superando così i limiti convenzionali. E in certi casi anche fisici”. Talvolta si cade, talvolta si vince. La nostra Federica Brignone è andata oltre. “Non a caso il suo soprannome è la tigre: incredibile per determinazione, ferocia, lucidità. Durante la cerimonia di apertura non riusciva nemmeno a camminare dal dolore al ginocchio. Due giorni dopo ha conquistato l’oro, poi si è ripetuta. Il suo modo di elaborare le informazioni, la pressione, la situazione, è da manuale: l’opposto rispetto ad altri atleti dati per favoriti, che poi hanno clamorosamente sbagliato la gara clou”.
Tre flash su tutti: Malinin, Vinatzer, McGrath. “Il pattinatore che addirittura affida ai social le scuse verso la madre: un gesto eclatante. Qui si vede l’altro lato dell’agonismo, quando le spinte motivazionali portano un fuoriclasse a diventare tale ma non per il giusto motivo. Subentra l’inganno dell’apprezzamento esterno, il senso del dovere verso qualcun altro, la non padronanza di sé stessi. Così si può crollare sotto il peso delle aspettative”. È successo anche all’azzurro di sci. “Vinatzer inoltre commette un errore di comunicazione: quando un atleta si dà del perdente, tende a qualificarsi in funzione della gara stessa. Purtroppo così diventa vittima del suo io, manca tanto lavoro di dialogo interno. Ma lo sport è innanzitutto un confronto con la vita, coi propri spettri: rifugiarsi nel bosco in mondovisione è un’altra reazione eccessiva”. McGrath. “Ci sta il dispiacere, ma parliamo comunque di persone privilegiate. Centratura ed equilibrio non vanno mai persi di vista: poter superare i limiti significa innanzitutto riconoscere che i limiti esistono”.
C’è chi invece ha reagito in corsa dinanzi alle difficoltà. “Davide Ghiotto, da detentore del record mondiale sui 10mila metri. Ha deluso. Ma poi non è rimasto a piangere su sé stesso. Si è rimesso in sesto, ha saputo chiudere quella porta ed è andato avanti: un capolavoro sia per atteggiamento sia per capacità di processare”. Quell’oro nell’inseguimento a squadre pesa ancora di più. “E che dire della leggerezza di Tabanelli?”, la più giovane medagliata azzurra di questi Giochi. “Anche lei infortunata, eppure capace di giocarsela lasciando da parte ogni timore: quell’ultimo salto nel vuoto è la caratteristica dei grandi campioni che sanno rischiare al momento giusto”. L’emozione supplementare? “L’argento di Tomasoni”, dedicato alla fidanzata Beatrice Lorenzi, morta tragicamente un anno e mezzo fa. “Quella spanna di sci sulla linea del traguardo è stata come guidata dall’esterno, o da uno speciale impulso interiore: possiamo romanticamente dire la spinta dell’amore. Che anche nello sport è la forza più grande di tutte”.
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