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Il Foglio sportivo - IL RITRATTO DI BONANZA

Luciano Spalletti e gli uomini soli

Alessandro Bonan

L'allenatore vive la sua solitudine con la stessa sete d’avventura di uno dei metaforici (si fa per dire) protagonisti della canzone con cui i Pooh hanno trionfato a Sanremo nel 1990

In questi giorni sanremesi mi è tornata in mente una delle canzoni più controverse (per non dire altro) della storia del Festival, Uomini soli, vincitrice dell’edizione di 36 anni fa. Se gli autori l’avessero scritta oggi ci sarebbe stato da discutere. Il tempo passa e per fortuna la società si evolve (come no!), quindi certi passaggi lirici non avrebbero trovato scampo, condannati dal giudizio del popolo e dei cosiddetti esperti. Il testo è una descrizione a tratti quasi grottesca della condizione in cui molti uomini per l’appunto restano soli.

L’attacco è da film, perché secondo l’autore, gli uomini soli li incontri dove la gente viaggia e va a telefonare (boh), col dopo barba che sa di pioggia (acqua belva?) e la ventiquattrore (venditori di polizze?). Ancora poche parole e si arriva all’inciso, di sicura presa e veloce rimembranza, dove ci si rivolge a un Dio (con la maiuscola) delle città e delle immensità, fino a raggiungere la strofa successiva, quella che ha solleticato la mia fantasia di uomo appassionato di calcio e di musica. Ci sono uomini soli per la sete d’avventura, perché han studiato da prete o per vent’anni di galera. 

Sono andato a vedere cosa facesse Luciano Spalletti nel 1990, anno del trionfo dei Pooh a Sanremo. Giocava a Viareggio, ma nel giro di tre anni avrebbe intrapreso la carriera di allenatore. Non era ancora solo dunque il nostro, ma lo sarebbe diventato di lì a poco. Perché Spalletti è un uomo solo in panchina. E vive la sua solitudine con la stessa sete d’avventura di uno dei metaforici (si fa per dire) protagonisti della canzone. Cammina avanti e indietro a bordo campo durante le partite (contro i turchi mille chilometri) non parlando con nessuno, ruminando pensieri, in totale isolamento dal contesto. 

I giocatori della panchina lo guardano come spettatori aggiunti, i suoi collaboratori come timide sentinelle. Si muove claudicante, con le ginocchia usurate dalla carriera, dentro un pastrano nero che lo fa sembrare un prete (rieccoci) vecchia maniera, un po’ sinistro, con l’evangelica e al tempo stesso demoniaca intenzione di trasmettere il potere della preghiera. I suoi vent’anni di galera, sono molti di più, oltre trenta, perché il mestiere di allenatore, per uno come lui, è come una prigione, da cui evadere solo nei giorni dispari della vittoria. Il resto è sofferenza e detenzione. Ma tutti gli allenatori del mondo sono così, uomini soli. Per madri che non li hanno mai svezzati, per donne che li hanno rivoltati e persi, o solo perché sono dei diversi. 

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