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olimpiadi invernali

Perché è Lillehammer, e non Milano-Cortina, la miglior Olimpiade invernale italiana di sempre

Filippo Lubrano

Il numero di medaglie va contestualizzato sul numero di discipline ammesse ai Giochi, che negli ultimi 30 anni è quasi raddoppiato

Le Olimpiadi di Milano-Cortina sono state un successo sotto tutti i fronti, incluso quello sportivo, per i nostri colori. Gli azzurri hanno chiuso le Olimpiadi con 10 ori, 6 argenti e 14 bronzi, per un totale di 30 medaglie e un quarto posto finale che, preso così com’è, ha il peso di un primato storico pienamente legittimo, e come tale è stato ovunque raccontato. Se si vuole però mantenere un approccio intellettualmente onesto, è necessario introdurre una correzione che di solito resta fuori dalla narrazione. Perché nel frattempo i Giochi invernali sono cresciuti parecchio e il numero delle medaglie disponibili è aumentato in modo tale da “drogare” il conteggio del medagliere, e rendere quindi ingannevoli i confronti diretti con il passato. A Lillehammer, nel 1994, gli eventi da medaglia erano 61; a Milano-Cortina sono stati 116. Quasi il doppio, un dettaglio che cambia la prospettiva più di quanto sembri.

Per questo il paragone con Lillehammer, che torna sempre perché quella resta una delle grandi Olimpiadi azzurre, va trattato con una certa disciplina statistica. Nel 1994 l’Italia ottenne 7 ori, 5 argenti e 8 bronzi, chiudendo anche in quella occasione al quarto posto, in un’edizione alla quale parteciparono 1.737 atleti complessivi, mentre la delegazione italiana contava 104 atleti. A Milano-Cortina il quadro è molto più largo: i partecipanti complessivi sono nell’ordine di 2.871 atleti secondo il dato di sintesi della manifestazione, con 196 azzurri convocati: quasi il doppio anche in questo caso, e record storico della squadra italiana. È evidente, già da qui, che si stanno confrontando ecosistemi sportivi diversi, dentro ai quali il valore assoluto del medagliere va letto insieme alla densità delle opportunità.

Quando si normalizzano i risultati delle varie edizioni sul programma di Milano-Cortina, cioè quando si “traduce” ogni medagliere come se i Giochi avessero sempre avuto 116 eventi, il risultato del 2026 resta enorme per volume complessivo e per tenuta al vertice, però la gerarchia degli ori si muove. Lillehammer, riportata su scala attuale, supera infatti i 13 ori equivalenti. Anche guardando i podi totali, l’edizione norvegese attualizzata in base alle discipline disponibili varrebbe 38 medaglie equivalenti, certificando un’edizione fuori dalla norma per i colori azzurri.

C’è poi un altro caso che la riscrittura del medagliere rimette al centro, ed è Grenoble 1968, che nel ricordo pubblico sta più in ombra di Lillehammer e di Milano-Cortina, anche perché il bottino fu molto più modesto in termini assoluti: 4 ori e nessun’altra medaglia, con quarto posto finale. Se però si osserva il contesto, si capisce perché quella spedizione torni a brillare quando si ragiona in proporzione. A Grenoble gareggiarono 1.163 atleti in totale, gli italiani erano 52, e gli eventi da medaglia erano appena 35. In un programma così ristretto, quattro ori rappresentano più del dieci percento del totale di quelli raggiungibili, rappresentando una densità straordinaria, tanto che l’edizione francese, ripesata sugli eventi del 2026, sale anch’essa sopra la soglia dei 13 ori equivalenti, di fatto allineandosi a Lillehammer e davanti a Milano-Cortina nella virtuale classifica della sola “resa aurea”.

Milano-Cortina 2026 resta quindi la più grande Olimpiade invernale italiana se la si guarda dal lato del raccolto complessivo in valore nominale, con una crescita impressionante rispetto alle fallimentari spedizioni di Vancouver 2010 e Sochi 2014, ma anche alle successive manifestazioni di PyeongChang e Pechino. Ma è onesto affermare che la crescita è avvenuta dentro un’arena più affollata e un programma molto più espanso di tutta la storia precedente. Lillehammer 1994 risulta quindi essere l’edizione migliore di sempre sia per ori che per medaglie totali rispetto a quelle disponibili, mentre Grenoble 1968 rappresenta un caso unico per l’Italia in termini di efficienza e densità degli ori. Da questa doppia lettura esce un quadro più utile anche per il presente, perché invece di produrre una formula celebrativa pronta all’uso, consente di collocare il risultato azzurro del 2026 in una tradizione di picchi diversi, ciascuno figlio del proprio tempo e della propria scala olimpica. Perché se mai come in questo momento storico lo sport può essere strumentale a rinvigorire un certo nazionalismo - da qualche decennio, d’altronde, “il grido Italia Italia, c’è solo alle partite” - e i toni dei canali social istituzionali sono quelli stucchevolmente entusiasti e vagamente ipocriti dell’eccezionalismo a priori, contestualizzare e rimettere in prospettiva è un esercizio che può tornare comodo anche al di fuori della pur nobile e necessaria pratica dei panem et circenses.

Medagliere standard (ordinato per performance “classica”: ori, poi argenti, poi bronzi)

     

Medagliere ripesato (base 2026 = 116 eventi), ordinato per Indice Ori

Metodo: per ogni edizione, moltiplico ori/argenti/bronzi/totale per 116 / numero eventi di quell’edizione. Gli indici sono calcolati con base 2026 = 100 (quindi qui 2026 vale 100 per definizione). (Topend Sports)

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