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La magia dell'Olympia delle Tofane
La pista dell’oro, teatro di memorabili trionfi e rovinose cadute. Qui si incoronano le regine dello sci. Uno spettacolo. Una “bellezza del creato, la poesia di Cortina” come ha detto Sofia Goggia che oggi più di chiunque, tra gli sciatori, sembra aver capito quel posto magico
Esiste una pista sciistica unica al mondo per storia, bellezza, difficoltà, prestigio. Ritrovarsi lì all’alba per la campionessa olimpica Sofia Goggia significa essere “circondati dalla bellezza del creato”. Ogni sciatore sogna di scendere quella pista, con o senza pettorina. E una volta fatto, resta per sempre nel cuore.
Il suo nome è Olympia delle Tofane. E’ incastonata tra le Dolomiti bellunesi, ai suoi piedi c’è Cortina d’Ampezzo, la perla delle Dolomiti. Quest’anno è la protagonista assoluta delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina: teatro di successi, cadute, pianti di gioia e grida di dolore. Qui Federica Brignone ha vinto i suoi due ori, prima nel SuperG e poi nel Gigante, facendo la storia dello sci italiano, ma non solo. Federica, vincendo su questa pista, è entrata in quella che i cronisti sportivi hanno definito la trinità dello sci: lei, Deborah Compagnoni e Alberto Tomba. All’arrivo della gara le sue competitor si sono inginocchiate, mentre al cancelletto di partenza, prima di scendere, Federica ha detto di temere che sarebbe morta. Invece è arrivata la gioia, per due volte. L’Olympia delle Tofane è, come si è detto, la preferita di Sofia Goggia. A Federico Buffa, giornalista sportivo e conduttore, ha raccontato: “Quando andiamo a fare la ricognizione prendiamo la vecchia seggiovia a tre posti, che è bella perché è vecchia, ha il fascino delle cose vintage, ed è romantico così. Prendiamo quella seggiovia quando il sole sorge da dietro e illumina di arancione le Tofane. E tu sali piano piano in questo silenzio che è quasi catartico e ammiro lo spettacolo. Ti senti circondato dalla bellezza del creato e quella per me è la poesia di Cortina. Un’immagine che in me rimarrà sempre indelebile”.
Indelebile anche perché su questa pista Goggia ha vinto tantissimo: quattro successi e otto podi nel circuito maggiore di Cortina. E poi quest’anno la quinta medaglia olimpica, un bronzo conquistato l’8 febbraio scorso. Goggia ha deciso addirittura di ringraziare l’Olympia con una lettera per averle consentito la conquista di un altro podio olimpico: “Nonostante una prestazione con tante sbavature – ma mettendoci sempre tutto il mio cuore – mi hai regalato una bellissima medaglia di Bronzo, la terza consecutiva in Discesa in tre edizioni Olimpiche consecutive e questo costituisce un valore inestimabile. Non era scontato per come si era evoluta la situazione; eppure, mi hai voluta premiare comunque… Ti sono grata”. Una pista indimenticabile anche per Lindsey Vonn, campionessa americana che ha voluto sfidare il tempo e se stessa tornando a competere alle Olimpiadi di Milano Cortina a quarant’anni passati. Una favola la sua che, proprio l’8 febbraio, non ha saputo trovare un lieto fine. Dopo soli 12 secondi dal via della gara di discesa libera, la sciatrice statunitense è caduta rovinosamente. Un incidente dovuto a un errore di pochi centimetri: il braccio di Lindsey si è impigliato in una porta interna e l’errore ha innescato una inevitabile rotazione del corpo. La sciatrice americana aveva deciso di gareggiare con un crociato già infortunato la settimana precedente ai mondiali di Crans Montana, in Svizzera, e il destino non le ha concesso tregua: per lei la carriera è finita.
La caduta della pluricampionessa olimpica ha fatto calare tra il pubblico un silenzio difficile da dimenticare, sordo. Il fiato stretto era di tutti. Difficile ricordare altri momenti così nella storia dello sci. Nel silenzio echeggiavano le grida di dolore di Lindsey e, forse, anche tutta la sua disperazione per la fine di una favola che avrebbe dovuto concludersi in modo diverso. Ma questa è l’Olympia: dà e toglie. “E’ la vita”, la sintesi perfetta di Lindsey Vonn. E infatti all’atleta americana le Tofane hanno saputo anche dare tanto, perché questa è la pista dei suoi più grandi successi. Per anni ha dominato il tracciato ampezzano che l’ha resa una delle sciatrici più vincenti di sempre. Dodici vittorie sulle Tofane per lei, sei successi in Discesa libera, sei in SuperG tra il 2008 e il 2018. La più vincente di sempre su questa pista d’oro. Quello di “Olympia delle Tofane”, è il nome più conosciuto a livello internazionale, ma la sua storia nasce da lontano, e chi ha il privilegio di poterci sciare abitualmente la chiama più familiarmente “Stratofana”. Una pista che viene inaugurata e presentata al mondo per i VII Giochi Olimpici Invernali del 1956. L’austriaco Toni Sailer vinse l’oro nel Gigante e nello Slalom, completando una storica tripletta perché prese l’oro anche in Discesa sul Col Drusciè, altro tracciato storico delle Tofane. In quell’edizione, l'Olympia ospitò tutte le gare maschili di sci alpino. Ma perché sono soprattutto le sciatrici donne oggi ad amarla? Banalmente perché è dagli anni Novanta che è diventata la casa della Coppa del Mondo femminile, ospitando ogni anno a gennaio tutte le regine dello sci mondiale. Per questo è conosciuta anche come “pista delle regine”.
Lunga due chilometri e mezzo, il dislivello è di 750 metri. Nella prima parte è classificata come pista nera, la più difficile per uno sciatore. Il primo tratto, infatti, riconoscibile perché unico al mondo, è quasi una gola, un canalone scavato tra due pareti di roccia che tocca una pendenza del 62 per cento. Un dislivello che non consente margine di errore e che, visto dall’alto, mette davvero paura. Le pareti rocciose lasciano la pista perennemente ghiacciata ed è così che si acquista molta velocità, mentre nelle orecchie rimbomba lo scricchiolio inconfondibile delle lamine che tagliano il ghiaccio come fossero pattini. Gli atleti arrivano a superare i 140 chilometri orari. Questo primo tratto si chiama schuss, in tedesco: sparo, tiro di pistola. “Fare uno schuss” significa scendere una parete ad altissima velocità. E’ ai piedi dello schuss che si sale con quella seggiovia di cui parla Goggia nella sua intervista. Una seggiovia tra le più antiche del comprensorio, chi la conosce sa di doversi preparare perché viaggia a grande velocità: prima che ne imbottissero i sedili, a furia di girare e ripetere la pista, a fine giornata era facile ritrovarsi qualche livido sulle cosce. Mentre si sale, lo sguardo è sempre rivolto a sinistra, dove si scopre la parete dello schuss che apre a una vista tra le più belle al mondo. Se il cielo è limpido si vedono chiaramente le Cinque torri, e poi il monte Averau, il Nuvolau e Col Gallina. Alle spalle il monte Faloria. Per questo il rifugio Pomedes, che si trova lassù in cima, è considerato uno dei più straordinari e affascinanti.
E’ solo l’inizio dell’Olympia delle Tofane. Dopo una breve accelerazione si arriva al salto del Duca D’Aosta che porta al cuore della pista. Di seguito c’è il Gran Curvone che conduce lo sciatore verso l’esterno e lì c’è bisogno di grande tecnica perché si arriva a forte velocità. Di nuovo si cambia pendenza, con lo Scarpadon che lancia il salto conclusivo della volata finale. Si chiudono così 90 secondi di pura adrenalina. All’arrivo la festa, il boato. Sì perché Rumerlo, alla base dell’Olympia, è da decenni la località simbolo dei festeggiamenti, non solo per le competizioni, ma anche nella mondanità quotidiana di Cortina d’Ampezzo. Durante le gare si trasforma: musica, bandiere, calici di bollicine o i famosi bombardini che, quando fa più freddo, sono una regola. Essere invitati o ammessi all’arrivo di una competizione sull’Olympia delle Tofane è come partecipare a una festa esclusiva, con il privilegio di potersi godere lo spettacolo delle gare.
Non per nulla lì di fianco si trova lo storico ristorante El Camineto dalla cui terrazza si può ammirare l’arrivo delle gare di sci. Aperto nel 1968 e gestito per oltre 20 anni dalla famiglia Melon, era stato rilevato nel 2023 da Flavio Briatore e da Dimitri Kunz, compagno della ministra del Turismo Daniela Santanchè. Oggi la proprietà resta solo a Kunz, il quale ha fatto entrare nella società Andrey Toporov, imprenditore kazako che già ha investito in altri locali e strutture ricettive di Cortina. È dalla terrazza panoramica di questo ristorante che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, insieme alla figlia Laura, si è goduto queste olimpiadi. Con loro la presidente del Comitato olimpico internazionale Kirsty Coventry, il presidente della Fondazione Milano-Cortina, Giovanni Malagò, e il sindaco di Cortina Gianluca Lorenzi. Un palco d’onore, insomma, frequentato tutto l’anno da sciatori, imprenditori, celebrità. In sostanza l’Olympia delle Tofane ha la straordinaria capacità di coniugare sport, storia, cultura, bellezza e mondanità.
Vonn, Goggia e Brignone sono solo alcune delle atlete che hanno fatto la storia dello sci anche su questa pista. Come loro, anche la nostra Isolde Kostner ha vinto tanto. Talmente tanto che fino al 15 gennaio 2023 è stata detentrice del primato del numero di podi conquistati in Coppa del Mondo da un’italiana. Cinquantuno primati, battuti solo dalla straordinaria Federica Brignone che ora detiene il record di cinquantasei. La Kostner sull’Olympia ha vinto quattro volte la discesa libera, la sua specialità, tre i successi consecutivi nel 1996, 1997 e 1998, e con tempi straordinari, anche perché la peculiarità di Isolde era quella di tenere una velocità altissima anche nell’ultimo tratto di pista.
Pochi anni prima, nel 1990, in una delle poche coppe del mondo maschili organizzate su quel tracciato, a vincere fu Kristian Ghedina, lo sciatore ampezzano più forte di sempre. Quella vittoria segnò l’inizio della sua straordinaria e unica carriera. Unica perché pochi mesi dopo, a causa di un incidente stradale sulla Torino-Milano, Ghedina rimase in coma nove giorni e, oltre a varie lesioni e numerose fratture, riportò gravi danni cerebrali per i quali fu costretto a una difficile riabilitazione motoria. Tutti lo diedero per spacciato, nessuno credeva che sarebbe tornato a sciare ad altissimi livelli. Kristian invece qualche anno dopo sorprese tutti. Era tornato in pista, in tutti i sensi. Nel 1995 e nel 1996, gli anni della svolta, e dal 1997 al 2000 vinse molte gare e conquistò stabilmente i vertici della discesa mondiale. Come Kostner, Ghedina era un velocista, un ragazzo che sull’Olympia aveva imparato a sciare e, come dicono tutti quelli che sanno cosa vuol dire sciare lassù, “una volta che hai imparato sulle Tofane, puoi sciare dappertutto”.
Ghedina, il cui cognome è molto diffuso, (insieme ad altri pochi cognomi realmente ampezzani), è figlio della prima maestra di sci donna della valle. Protagonista di una storia tragica che coinvolge un’altra delle piste più belle del mondo, un tracciato che ora non esiste più: la Staunies. Una pista ormai chiusa che si trova sul Monte Cristallo, sempre a Cortina d’Ampezzo. Quando ancora si poteva salire, con quella vecchia seggiovia di legno a due posti, si arrivava a quota 2.918 metri. Poco più sopra, un fuoripista ripidissimo, strettissimo, per veri esperti. La storia di sua mamma la racconta Ghedina stesso al Corriere della Sera: “Andavamo spesso a fare i fuoripista sul monte Cristallo, ma quel mattino dell’aprile 1985 ebbi un presentimento. Preferii restare a casa. Mamma era davanti, con papà che le diceva di andare piano. Incrociò le punte degli sci, precipitò per 600 metri. La trovarono che era ancora cosciente, mormorò: ‘Ma si può morire così?’. Papà si precipitò a valle per chiamare i soccorsi, ma non volevano mandare l’elicottero. Si spense a mezzanotte, sotto i ferri. Oggi quel fuoripista porta il suo nome: canalino Adriana”. Kristian Ghedina aveva 15 anni, un ragazzo ampezzano, che sulle Tofane ha imparato a sciare e che sull’Olympia ha poi conosciuto la velocità che lo ha fatto diventare un campione.
Una pista speciale come lo sono le montagne che la avvolgono: Tofana di Rozes, Tofana di Mezzo e Tofana di Dentro. Tutte superano i 3 mila metri e hanno una caratteristica irripetibile al mondo che ha un nome: enrosadira. Una parola che viene dal ladino, il dialetto di quelle zone, e che letteralmente significa: diventare di colore rosa. Un fenomeno dovuto tecnicamente al materiale roccioso di cui sono formate, la dolomia, un composto di carbonato di calcio e magnesio che in certe giornate, all’alba o al tramonto, con cieli particolarmente limpidi, permette alle Dolomiti, ma specialmente alle Tofane, di tingersi di rosa o a volte di arancione. E poi c’è la leggenda di Re Laurino che su quelle montagne possedeva uno splendido giardino di rose. Un giorno un principe, incuriosito dalla vista di quel grandissimo roseto, si addentrò nel regno e conobbe Ladina, la figlia di Laurino. Se ne innamorò subito e la rapì. Laurino, disperato, diede la colpa alle sue rose, era per la loro bellezza che sua figlia le era stata tolta per sempre. Lanciò quindi una maledizione: nessuno avrebbe mai più potuto vedere quel giardino “né di giorno, né di notte”. Laurino, però, preso dall’impulso, dimenticò alba e tramonto. Proprio i momenti in cui enrosadira mostra l’apice della sua forza e le montagne cambiano colore mostrando a tutti quello splendido giardino di rose.
Uno spettacolo. Una “bellezza del creato, la poesia di Cortina” come ha detto Sofia Goggia che oggi più di chiunque, tra gli sciatori, sembra aver capito quel posto magico. Un posto con una storia potentissima che arriva subito a chi sa vedere e sentire.
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Mandela Keita, nel nome di Nelson
https://www.ilfoglio.it/sport/2023/06/05/news/una-pazza-domenica-di-calcio-in-belgio-5348736/"Voglio essere un po’ come lui: rispettoso, con la testa bassa e sempre pronto a lavorare", ha detto. Ci sta riuscendo. Il centrocampista del Parma sta giocando alla maniera dei grandi mediani, sempre senza farsi notare troppo, tessendo tele poco visibili, quasi mai appariscenti
dopo le olimpiadi