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Il foglio sportivo
Dentro il modello norvegese
Non solo Klæbo: il dominio atletico della Norvegia sta andando oltre lo storico recinto degli sport invernali. La cultura sportiva norvegese è radicata in un preciso fondamento giovanile, garantito da una sorta di carta costituzionale dello sport, il Children’s rights in sports, creata nel 1987
Lo sport possiede una natura particolare. La sua magia spettacolare e rituale si produce attraverso la cosa più arcaica che abbiamo, i nostri corpi, che nelle varie componenti cellulari raccontano la storia della vita sulla Terra e i suoi tempi dilatati e quasi infiniti. Allo stesso tempo, alcuni di questi corpi vengono vissuti come proiezioni di futuri possibili, anticipazioni di tempi a venire. Ci affascinano alcune prestazioni e alcuni successi proprio perché vi scorgiamo queste trasformazioni biologiche, attraverso le fisionomie superomistiche di campioni e campionesse. Da questo punto di vista, stiamo indubbiamente vivendo nel secolo atletico norvegese, e le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 ne sono una conferma. Più dell’aspetto quantitativo, con un dominio nel medagliere invernale che va avanti da ormai tre edizioni, aiutato anche dall’assenza della Russia, a colpire della Norvegia sportiva sono state infatti in queste settimane alcune immagini iconiche.
Ad esempio i passi sugli sci con cui l’ultraolimpionico Johannes Høsflot Klæbo ha azzannato le ripide salite della pista di fondo di Tesero al ritmo apparentemente extra-mondo di 3’20’’ al km, che hanno trasmesso un senso di mostruosità da saghe nordiche, o, per restare in orbita futureggiante, da civiltà aliene. È lo stesso timbro di esuberanza fisico-fisiologica che da anni troviamo su sponde calcistiche negli Haaland e nelle Graham Hansen, nell’atletica leggera nei Warholm e negli Ingebrigtsen, nel triathlon e nell’Ironman nei Blummenfelt e negli Iden, nel beach volley coi Mol e i Sorum, senza dimenticare Casper Ruud nel tennis e molti altri. È un dominio atletico sorprendente perché sta andando molto oltre lo storico recinto degli sport invernali, e lo è perché parliamo di una nazione di poco più di cinque milioni e mezzo di abitanti, ricchissima di risorse energetiche e soldi, ma povera di demografia, spazi e clima favorevole. Da dove, tutto questo dominio?
Negli sport invernali sicuramente da una cultura sociale diffusa consolidata nel tempo. Sci è una parola norvegese e la lingua non è mai un caso strumentale, ma il nostro mondo. Qualche anno fa due economisti americani del Dartmouth College (en passant, l’università che da più atleti olimpici alle delegazioni invernali americane), Matthew Slaughter e Matthew Rees, introdussero un dialogo sul ruolo della fiducia nelle transazioni economiche ricordando un comune viaggio a Oslo e la loro visita ammirata allo stadio dello sci di Holmenkollen in cui frotte di bambini e bambine erano alle prese con lo scia-e-spara del biathlon, in cui a colpirli fu anche la totale confidenza con le armi, ma come strumento di fiducia collettiva lontanissimo dalla violenza americana. Holmenkollen è lo stesso luogo iconico che Re Olaf V, in carica dal 1957 al 1991, era solito raggiungere in tram uscendo dalla residenza reale con gli sci e i bastoncini in spalla, unicamente protetto da guardie del corpo speciali, cioè i cittadini. Questo retaggio storico, quasi identico al rapporto tra gli olandesi e il pattinaggio su ghiaccio non è però dissimile dagli altri paesi scandinavi, che vincono nettamente meno. Ci sono infatti altri elementi interessanti che compongono il quadro.
La cultura sportiva norvegese è radicata in un preciso fondamento giovanile, garantito da una sorta di carta costituzionale dello sport, il Children’s rights in sports, creata nel 1987 e poi costantemente aggiornata nel tempo. Negli otto punti che la compongono si stabilisce il fine primario di assicurare attraverso la pratica sportiva il divertimento gioioso dei bambini, garantendone la possibilità a tutti a prescindere dalle condizioni economiche, di praticarne e sperimentarne quanti più possibili (Haaland che oltre al calcio da piccolo ha praticato atletica leggera, pallamano, golf ne è l’esempio perfetto), di poter valutare le proprie esperienze e cambiare società in ogni momento, senza vincoli. Il 93 per cento dei bambini norvegesi tra i 6 e i 12 anni pratica sport (quindi più sport), un dato eloquente. A questo si aggiunge anche il gioco libero e non supervisionato facilitato dalla disponibilità di campi e strutture pubbliche accessibili gratuitamente, la cui illustrazione più evidente è nella storia formativa del talento creativo di Antonio Nusa.
Per assicurare divertimento e spensieratezza, c’è un altro aspetto saliente e altrettanto fondante: il divieto di stilare classifiche e risultati fino agli 11 anni, in ogni disciplina. Nessun pensiero al risultato, che non significa non prevedere vincitori e vinti (che divertimento ci sarebbe sennò) ma non enfatizzare vittorie e sconfitte fino alla prima adolescenza, motivo per cui ogni competizione giovanile in Norvegia deve prevedere un premio per tutti i partecipanti. Può sembrare controintuitivo rispetto alla percezione odierna negativa e schiacciata sul doping di Stato, ma questi aspetti della giocosità, del divertimento, dell’esperienza multisportiva e del contrasto risoluto al risultatismo precoce erano anche i cardini dell’approccio sportivo sovietico, in questo molto diverso dalle ossessioni infantili per la vittoria che dominano lo sport americano e cinese, ma anche, soprattutto nel calcio, quello italiano. Giova ricordare che, come corollari sempre più studiati scientificamente di questo approccio, sappiamo che chi si specializza tardi e negli anni dell’infanzia e della prima adolescenza pratica più sport e più gioco destrutturato emerge di più a livello professionistico, e si infortuna anche di meno nel corso della carriera. Da questa base giovanile poi la specializzazione successiva e, nello sport olimpico, i fortissimi investimenti scientifici e impiantistici, simboleggiati dall’OlympiaToppen di Oslo dove si allenano quasi tutti gli atleti più forti e noti (celebri su YouTube gli allenamenti dei fondisti e dei biathleti su enormi tapis roulant ipertecnologici, costantemente monitorati), o dalla pista indoor nella pancia del Bislett Stadion che Warholm ha reso famosa sui social, e che sembra uscita da Shining.
Va detta una cosa fondamentale: non esistono i modelli sportivi, nonostante il business di libri e consulenze in materia. Il modellismo straniero è sempre scorciatoia ingannevole, anche se noi italiani ne siamo da sempre innamorati. I modelli viaggiano sulle gambe delle persone che li animano, ogni nazione presenta tradizioni differenti, culture istituzionali differenti, possibilità economiche differenti, situazioni ambientali differenti. Però il confronto è utile per riflettere e interrogarsi, e, alle latitudini italiane, anche per eliminare quel senso di incredulità, figlio di un dannoso complesso di superiorità, quando perdiamo dalla Nazionale di Haaland o dal Bodø.
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