Ansa
Una proposta
Così le Olimpiadi potrebbero diventare un luogo davvero neutrale
Incentrare le competizioni sugli atleti individuali, consentire una politicizzazione a pari opportunità e garantire la libertà di espressione e di stampa per atleti e giornalisti. Il movimento olimpico è nato da aspirazioni morali: se i Giochi devono servire l’umanità, devono allinearsi a principi universali di dignità, equità e libertà
Alle Olimpiadi invernali in Italia, l’atleta ucraino di skeleton Vladyslav Heraskevych è stato squalificato prima della sua gara perché intendeva indossare un casco in onore di 21 atleti ucraini uccisi nella guerra della Russia contro il suo paese. I funzionari olimpici hanno stabilito che quel tributo violava il divieto dei Giochi sui messaggi politici durante la competizione. La decisione è arrivata dopo un incontro dell’ultimo minuto tra Heraskevych e la presidente del Comitato olimpico internazionale, Kirsty Coventry, alla guida dei suoi primi Giochi. I colloqui si sono conclusi in lacrime e con la squalifica. Il Cio ha dichiarato di non avere scelta. Il suo portavoce, Mark Adams, ha spiegato che la regola è necessaria per preservare quella che ha definito “la sacralità del campo di gara”. Coventry, dal canto suo, ha insistito sul fatto che lo sport debba essere un “terreno neutrale”, tracciando una netta distinzione tra sport e politica. A suo giudizio, regole rigide contro l’espressione politica sono essenziali per preservare quella neutralità.
Ma dai. Stiamo scherzando? La storia ha mostrato ripetutamente che è impossibile separare le Olimpiadi - o qualsiasi evento sportivo internazionale - dalla politica. L’idea di Olimpiadi completamente apolitiche è un’aspirazione nobile, ma è anche un’illusione conveniente. Pochi sono così ingenui da credere che i Giochi siano mai stati privi di significato politico. Dalla nascita delle Olimpiadi moderne, esse sono state profondamente intrecciate alla geopolitica, spesso riflettendo tensioni e ambizioni degli stati nazionali. Si pensi alle Olimpiadi estive del 1920 ad Anversa, i primi Giochi dopo la Prima guerra mondiale. Le nazioni sconfitte, Germania compresa, furono escluse dalla partecipazione. Fu una decisione politica punitiva, non sportiva. Sedici anni dopo, una Germania tornata potente ospitò le Olimpiadi di Berlino del 1936, trasformandole in un grande spettacolo ideologico per il regime nazista.
Durante la Guerra fredda, il medagliere olimpico veniva ampiamente considerato una prova della superiorità di un sistema politico sull’altro. Gli atleti divennero simboli in una competizione ideologica globale tra comunismo e democrazia. Negli ultimi decenni, la politicizzazione delle Olimpiadi si è intensificata ulteriormente, in particolare sotto regimi autoritari. Il Partito comunista cinese utilizzò i Giochi di Pechino 2008 come un vasto progetto politico per dimostrare l’ascesa del paese sotto il governo monopartitico. Le Olimpiadi invernali di Sochi 2014 servirono a uno scopo analogo per la Russia di Vladimir Putin, proiettando un’immagine di forza nazionale poco prima dell’annessione della Crimea. La politicizzazione, in altre parole, ha sempre fatto parte del movimento olimpico. Il problema non è la politicizzazione in sé, ma la politicizzazione ingiusta. Questa ingiustizia è stata evidente alle Olimpiadi invernali di Pechino 2022, dove il governo cinese ha usato i Giochi come piattaforma propagandistica mentre denunciava attivisti per i diritti umani e governi democratici per aver “politicizzato” l’evento. Il risultato è stato un doppio standard: i regimi autoritari potevano politicizzare liberamente, mentre alle vittime della repressione veniva chiesto di restare in silenzio. La Carta olimpica afferma che l’obiettivo dei Giochi è promuovere “lo sviluppo armonioso dell’umanità” e favorire una società pacifica attenta alla tutela della dignità umana.
L’invasione russa dell’Ucraina e le uccisioni di civili e soldati ucraini rappresentano l’esatto contrario di questo ideale. Calpestano la dignità umana anziché proteggerla. Eppure il gesto di memoria di Heraskevych - onorare colleghi atleti uccisi in guerra - è stato giudicato una dichiarazione politica inaccettabile. Il suo casco non invocava vendetta. Non incitava all’odio. Si limitava a ricordare i morti e a ricordare al mondo il costo dell’aggressione. Questo non è un messaggio politico di parte. E’ un richiamo a principi morali universali inscritti nella stessa Carta olimpica. Ogni paese ospitante sa che i Giochi offrono un palcoscenico politico globale, e ogni paese ospitante lo utilizza. Cercano prestigio, legittimità e la presenza di leader mondiali proprio perché le Olimpiadi sono una vetrina politica. Quando il presidente George W. Bush e la sua famiglia parteciparono alla cerimonia di apertura di Pechino 2008, molti nel mondo dei diritti umani si sentirono traditi. La loro presenza fu interpretata, a torto o a ragione, come un avallo dello spettacolo politico del regime cinese. Come studioso e dissidente di lunga data della Cina comunista, ho incontrato doppi standard simili anche al di fuori dello sport. In diverse occasioni, università occidentali mi hanno ritirato l’invito a conferenze accademiche dopo pressioni delle autorità cinesi o di studenti filogovernativi. L’argomento era sempre lo stesso: l’accademia deve restare “neutrale” e “non politicizzata”. Eppure i rappresentanti del Partito comunista cinese erano accolti senza polemiche. La loro presenza era considerata normale, persino neutrale.
Questo è l’opposto del fair play - un valore cardine dello spirito olimpico. Un’altra ragione per cui la politica non può essere separata dalle Olimpiadi è la struttura profondamente nazionalizzata dei Giochi stessi. La Carta olimpica afferma che le competizioni sono tra atleti, non tra paesi. Ma nella realtà ogni atleta gareggia come rappresentante di una nazione. Le medaglie vengono conteggiate per paese. Le bandiere nazionali si alzano. Gli inni nazionali risuonano. Le vittorie vengono utilizzate per glorificare governi e leader. Le Olimpiadi moderne sono diventate una grande competizione tra stati. Se si vuole riscattare l’integrità dell’olimpismo moderno, sono necessarie alcune riforme. Primo, le competizioni dovrebbero concentrarsi sugli atleti individuali piuttosto che sulle squadre nazionali. Gli atleti hanno identità nazionali, certo, ma queste identità non dovrebbero dominare i Giochi. Si immagini un’Olimpiade in cui le bandiere fossero assenti dai podi e il medagliere non fosse organizzato per paese. Secondo, dovrebbe esserci una politicizzazione a pari opportunità. In altre parole, la libertà di espressione dovrebbe essere consentita a tutti gli atleti - durante le competizioni, le conferenze stampa e le cerimonie - purché le espressioni restino pacifiche e rispettose. Il Cio non è una polizia del pensiero. E’ un’organizzazione professionale il cui dovere è garantire competizioni eque, far rispettare le regole tecniche e organizzare i Giochi in modo efficiente. Dovrebbe giudicare gli atleti per le loro prestazioni, non per i messaggi sui loro caschi o sulle fasce al braccio. Terzo, i paesi ospitanti devono garantire la libertà di espressione e la libertà di stampa per atleti e giornalisti. Qualsiasi violazione dovrebbe essere indagata e le nazioni ospitanti dovrebbero affrontare conseguenze reali se non rispettano questi standard.
Queste idee possono sembrare idealistiche. Ma gli ideali contano. Il movimento olimpico è nato da aspirazioni morali, non soltanto dalla competizione atletica. Se i Giochi devono servire l’umanità, devono allinearsi a principi universali di dignità, equità e libertà. Il problema non è che la politica entri nelle Olimpiadi. Il problema è che vi entra in modo ingiusto. Finché questo non cambierà, il sogno olimpico di neutralità resterà soltanto questo: un sogno.
Jianli Yang
Dissidente cinese, accademico e attivista per i diritti umani
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