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milano-cortina 2026

Così il Giappone è diventato una potenza olimpica invernale

Francesco Gottardi

Soltanto Norvegia, Stati Uniti e Italia contano più podi dei nipponici: fino a pochi anni fa relegati a comparsa dell’evento, oggi dominatori dello snowboard e competitivi nel pattinaggio. C’entra un profondo programma di infrastrutture e l’onda lunga di Tokyo 2020

La neve scivola giù dall’iconica vetta del Monte Fuji. E come per incanto olimpico, ormai avvolge tutto il Giappone: mai così in alto nei Giochi invernali, mai così incisivo in zona medaglie. Basti pensare che prima dell’edizione disputata in casa a Nagano ’98, la rappresentativa di Tokyo aveva conquistato al massimo un oro per volta. Lì, complice il fattore campo – che come sempre in questi eventi incide – ne arrivarono cinque. Con 10 podi in totale. Per poi riprecipitare a uno soltanto a Torino 2006. Oggi, nel momento in cui scriviamo, quel record isolato di oltre un quarto di secolo fa è stato raggiunto e superato a Milano-Cortina 2026: stesso numero di ori, ma ben 24 podi. Una raffica senza precedenti per il Giappone, che si affaccia così alla top ten del medagliere complessivo. Da dove e come è arrivato, un simile exploit a cinque cerchi?

Si diceva del vantaggio di ospitare le Olimpiadi: se Nagano ruppe il ghiaccio, letteralmente, Tokyo 2020 ha costituito un volano economico e di programmazione sportiva senza pari per gittata e dimensioni. È il Giappone intero che sta crescendo sistematicamente in tutte le discipline, a prescindere dalla stagione. I 45 podi – con storico terzo posto bissato nel medagliere estivo – conquistati in Francia sono la più fulgida immagine della riconferma. I risultati di questi giorni evidenziano che nel frattempo si è lavorato tanto e bene anche sugli altri versanti. Non è cambiato tanto il numero di atleti: erano 124 a Pyeongchang e a Pechino, sono 121 nella rassegna italiana. Ma ha spiccato il volo la qualità delle loro performance. Anche in quest’ottica, il fattore ambientale è decisivo: oltre un terzo dei giapponesi in gara arriva da Hokkaido, la più settentrionale delle prefetture e delle isole maggiori del Paese. Qui gli sport invernali sono una regola sacra, favoriti da un clima rigido e da spazi aperti ideali per praticarli – da queste parti si trova anche Nagano, per l’appunto. L’attività fisica è integrata nelle scuole, si inizia presto e i migliori – tradizionalmente nel pattinaggio di velocità – vengono intercettati dai centri di preparazione olimpica sul territorio.

Ma la vera miniera d’oro del Giappone di oggi si trova nel nordovest dell’isola di Honshu: a Niigata, negli ultimi anni, si è sviluppato un complesso infrastrutturale per lo snowboard d’élite fra i migliori al mondo – anche per la difficile pratica nei mesi estivi. Un panorama a forte trazione giovanile, dal crescente richiamo internazionale. E infatti nel corso di questi Giochi i nipponici hanno prepotentemente fatto irruzione nel medagliere di specialità: quattro ori, due argenti, tre bronzi. Una valanga che non soltanto surclassa qualunque altra nazione in gara, ma che non riscontra precedenti nella storia olimpica dello snowboard. Dove il Giappone aveva vinto il primo oro in assoluto appena nella scorsa edizione. Investire negli impianti giusti ripaga in fretta.

Il resto dei podi sono arrivati nel freestyle, nel salto con gli sci, nel pattinaggio di velocità e di figura: le sei medaglie in quest’ultima disciplina, in patria sono state accolte come “un’impresa storica”, considerato che fino al 1992 non ne era arrivata alcuna. Ora invece, anche qui il Giappone si riscopre superpotenza. Qualche avversario – l’australiano Scotty James, argento nell’halfpipe maschile – afferma che gli atleti nipponici “devono essere nati con lo snowboard o i pattini ai piedi”. Tanto sono leggiadri e padroni dei movimenti. Kaori Sakamoto, doppio argento individuale e di squadra nel pattinaggio artistico, risponde che è soprattutto “questione di disciplina: tutti noi siamo orientati al lavoro diligente e alla cultura del miglioramento reciproco”. Con un sobrio ammontare di incentivi economici a corredo: se gli atleti azzurri riceveranno 180mila euro a medaglia d’oro, per i giapponesi il premio si ferma a 38mila (la Norvegia al comando, per intenderci, ne stanzia zero). A Tokyo preferiscono incanalare il budget per formare gli atleti di domani. E a giudicare da questi traguardi, il Paese del Sol levante ha imparato a restare in scia.