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Questione di voti

Perché la poltrona di Gabriele Gravina in Figc non dipende dai Mondiali

Alessandro Catapano

Se la Nazionale di calcio non riuscisse a superare i playoff, il “tutti a casa” che l’Italia invocherebbe avrebbe a questo giro la forza di uno tsunami. Ma il presidente federale in questi mesi ha lavorato per rafforzare la sua posizione e ha sbaragliato tutti i nemici interni

Con un pizzico di cattiveria, si potrebbe dire che gli italiani hanno fatto incetta di provviste olimpiche per affrontare un nuovo letargo calcistico. Sportivamente, è stato un inverno dolcissimo, ma la primavera, contrariamente a quanto sosteneva il maestro Battiato, non tarderà ad arrivare. I playoff mondiali sono imminenti per la nostra Nazionale: il 26 marzo a Bergamo con l’Irlanda del nord e, se va bene, il 31 in Bosnia o in Galles. Avversarie che una decina di anni fa avrebbero provocato un sorriso di tenerezza nei nostri giocatori, e oggi invece tolgono il sonno. Non è sfiducia a prescindere, sia chiaro. Anzi, ci aggrappiamo con tutto il cuore alla determinazione di Gattuso, e speriamo che le sue cene itineranti – alternative allo stage che i club gli hanno rifiutato – siano servite ad aumentare l’autostima dei giocatori e ad allontanare i cattivi pensieri. Però un filino di preoccupazione c’è, quel tanto che basta a interrogarsi sul futuro, come se fossimo già preparati al peggio: cosa succederà al già depresso calcio italiano se disgraziatamente dovessimo saltare il terzo Mondiale consecutivo?

 

Il “tutti a casa” che l’Italia invocherebbe, ben alimentato dalla politica che mira a nuove poltrone da occupare e per questo, in qualche suo esponente, arriva perfino a tifare contro la qualificazione degli Azzurri, avrebbe a questo giro la forza di uno tsunami. E si presenterebbe innanzitutto al cospetto del presidente federale, Gabriele Gravina. Probabilmente, stavolta nemmeno lui potrebbe resistere. Ma va detto che, senza clamori e tenendosi opportunamente lontano da polemiche e partite che non lo riguardavano direttamente (quella recente per il Coni, innanzitutto), in questi mesi Gravina ha lavorato per il suo rafforzamento. Riuscendoci, nonostante i ripetuti tentativi di pezzi della politica, spesso i pezzi più pesanti, di fargli mancare la terra sotto i piedi.

 

E invece, nemici interni, tutti sbaragliati. Uno più degli altri, Claudio Lotito, che ormai riesce a togliersi molte più soddisfazioni da senatore che da dirigente calcistico. La guerra di potere con la serie A, chiusa con un armistizio che giusto un anno fa pose le basi per la rielezione plebiscitaria di Gravina alla guida della Figc (con oltre il 98 per cento dei consensi). Della spiacevole indagine sulla compravendita di libri antichi, che i forzisti Lotito e Mulè (e non solo) provarono a cavalcare, non si parla più. Mentre in Uefa, dove è vicepresidente e primissimo collaboratore di Ceferin, Gravina è diventato un intoccabile. Guardate la foto che qualche giorno fa lo ritraeva accanto al presidente a margine del Congresso Uefa che, tra le altre cose, ha sancito una vittoria politica sugli ultimi seguaci della Superlega (anche il Real Madrid si è arreso) e un’altra economica con i broadcaster televisivi che hanno tirato fuori qualche miliardo in più per trasmettere le coppe europee. Due partite che Gravina, prima nella Commissione per il FairPlay e la sostenibilità, poi in quella per le Competizioni dei club, ha giocato da protagonista. E sono partite che per Ceferin valgono ben più di una qualificazione mondiale.

 

I nemici della politica? Muti, anche se sempre attivi. Chi più, chi meno. Del resto, la valutazione dell’operato di Gravina divide la maggioranza. Il rapporto con Tajani e Barelli è più che buono, quello con Salvini è dato in risalita, mentre con Giancarlo Giorgetti è come andare sulle montagne russe (ma vale un po’ per tutti). La distanza è assai più ampia con Fratelli d’Italia, e il buon rapporto con il presidente dell’Abruzzo, Marco Marsilio, del quale ha sostenuto l’ultima campagna elettorale, non basta a colmarla. Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, lavora da tempo a trovargli un’alternativa ma, pare, non per conto della premier. Dal titolare dello Sport, Andrea Abodi, lo dividono freddezza e, soprattutto, convergenza di interessi. La poltrona della Figc, alla quale non a caso da qualche mese più di un osservatore associa il nome di Marco Mezzaroma, attuale presidente di Sport e Salute e intimo delle sorelle Meloni, è una partita che non lascia indifferente Palazzo Chigi. Come è stato per le elezioni del Coni, e sappiamo come è andata a finire per il povero Pancalli. Perché poi, di base, per eleggere qualcuno servono i voti, più che gli appoggi politici. E Gravina potrebbe averne ancora tanti, qualunque cosa accada a fine marzo.

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