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Lo scialpinismo deve convincere per restare nel programma dei Giochi
Il suo fascino sta nell’esplorazione della montagna, nell’affrontare gli eventuali ostacoli dei suoi percorsi e nella scelta di quello più congeniale per arrivare a destinazione. Giovedì 19 febbraio sarà il giorno dedicato sia alle batterie che alle finali delle due gare sprint, sabato invece scatterà la staffetta mista
Le Olimpiadi invernali sono sempre una novità. Reintroducono il pubblico meno esperto e più numeroso alle spazzate del curling, all’apparente follia di chi si getta faccia avanti ad altezza ghiaccio nello skeleton, alle differenti evoluzioni del freestyle. Gesti scoperti o riscoperti ogni quattro anni, a causa di una logica limitazione geografica ancor prima che mediatica.
Una reale novità però ci sarà anche ai Giochi di Milano-Cortina. Anzi, a Bormio, dove si correranno le prove di scialpinismo, disciplina all’esordio assoluto a cinque cerchi. Anche in queste gare, tre per l’esattezza, si rimarrà sorpresi davanti a scene insolite, vedendo gli atleti togliersi delle pelli particolari sotto gli sci. Nello scialpinismo si scia normalmente, ma in alcuni tratti gli sci si portano in spalla e in altri servono per percorrere tratti in salita. Le pelli di foca, realizzate in materiale sintetico, sono necessarie per non perdere aderenza sulla neve mentre si sale. Quando non resta che scendere vanno tolte e la velocità nel farlo influisce sul risultato finale. Le specialità in gara saranno la sprint maschile, la sprint femminile e la staffetta mista, formule molto veloci (ai Mondiali 2025 in Svizzera il tempo più veloce nella finale di sprint maschile è stato di 2’42”, in quella femminile di 3’09”), non particolarmente gradite ai puristi della disciplina.
Lo scialpinismo tradizionale prevede competizioni più lunghe, in alta quota e non all’interno di percorsi prestabiliti come quelli che si troveranno a Bormio. Il suo fascino risiede nell’esplorazione della montagna, nell’affrontare gli eventuali ostacoli che i suoi percorsi propongono e nella scelta di quello più congeniale per arrivare a destinazione. Qualcosa di molto diverso dalle prove che si vedranno alle Olimpiadi, chiaramente più adatte ai tempi di trasmissione televisivi e per essere seguite da un pubblico neofita. Giovedì 19 febbraio sarà il giorno dedicato sia alle batterie che alle finali delle due gare sprint, sabato invece scatterà la staffetta mista, composta da un componente per sesso e a cui l’Italia parteciperà con Michele Boscacci e Alba De Silvestro, marito e moglie con un palmares di tutto rispetto. Nella bacheca di casa conservano diverse medaglie mondiali, tre d’oro (due per il primo), svariati successi in Coppa del Mondo e due sfere di cristallo per Boscacci nel 2016 e nel 2018. L’introduzione dello scialpinismo, o skimo dalla variante inglese ski-mountaineering, sorride alla Spagna, non propriamente una potenza dei Giochi invernali. La carta azzurra invece è Giulia Murada, in grado di conquistare diversi podi durante l’attuale stagione di Coppa del mondo nella specialità, di cui è anche seconda in classifica.
La speranza di Murada e spagnoli è di avere altre possibilità in futuro. Se lo skimo avrà successo a Milano-Cortina, ci saranno buone chance di vederlo anche in Francia nel 2030 e in Utah nel 2034. Non tutti gli sport introdotti la prima volta ce l’hanno fatta. Nel 1988 e nel 1992 venne proposto in via dimostrativa lo ski-ballet, vere e proprie coreografie con sci ai piedi e bastoncini in mano. Il tedesco Hermann Reiberger vinse a Calgary con un balletto sulle note di Don’t Let Me Be Misundertood dei Santa Esmeralda. Oggi sembrano non esserci più praticanti. Sopravvivono invece quelli di ice stock, introdotto solo nelle edizioni del 1936 e del 1964: una sorta di curling con birilli rotanti verticalmente al posto delle pietre. Solo ai Giochi del 1952 a Oslo fu sdoganato il bandy, un hockey con palla al posto del disco e in campo lo stesso numero di giocatori per squadra del calcio. L’albo d’oro dei Mondiali vede solo il nome di Unione Sovietica, Russia, Svezia e Finlandia. In Svizzera invece va forte lo skijoring equestre, presente ai Giochi del 1924 a Saint-Moritz: uno sciatore viene trainato lungo un percorso da un cavallo.
L’associazione tra cavalli e Olimpiadi invernali non è insolita. Nel 2017 la Federazione Internazionale di Polo provò a candidare il proprio sport per i Giochi. Tentativo fallito, anche perché non si gioca nemmeno sulla neve. Chissà però che non possano avere più fortuna sotto questo punto di vista il ciclo-cross e la corsa campestre. Sebastian Coe, ex mezzofondista di successo e presidente di World Athletics, ne aveva parlato lo scorso ottobre. Negli ultimi giorni molti media di settore hanno rilanciato le probabilità del primo, a patto che l’Uci (la Federazione ciclistica internazionale) rinunci a ricavi aggiuntivi provenienti dal Cio. Chissà se nel 2030, nella terra del Tour, l’uomo delle Olimpiadi non possa diventare Mathieu van der Poel. E se le varie Brignone e Lollobrigida non dovessero arrivare alla prossima edizione, l’atleta azzurra di riferimento potrebbe diventare persino Nadia Battocletti. Vincere medaglie olimpiche sia d’estate che d’inverno, una tentazione a cui sarebbe difficile resistere.