Federica Brignone esulta sul podio di Cortina dopo l'oro in Gigante (foto Ansa)
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Gli ori delle donne, il sorriso di Brignone: ai Giochi vince l'ottimismo
Dopo la prima settimana di gare abbiamo già migliorato il record di medaglie di Lillehammer e ci siamo accomodati tra la Norvegia e gli Stati Uniti nel medagliere, con la concreta possibilità di continuare ad arricchirlo fino all’ultimo giorno
Fatta l’Italia, abbiamo fatto gli italiani. Nel senso che, ottenuta l’organizzazione dei Giochi, siamo stati capaci anche di vincerli, grazie alle imprese dei nostri atleti sul ghiaccio e sulla neve. E se stiamo vincendo così tanto è proprio perché questi Giochi li stiamo organizzando a casa nostra. Giocare in casa non dà vantaggi sulla neve e sul ghiaccio, anche il tifo non sempre è superiore a quello degli avversari, non parliamo poi dei giudici che hanno tartassato lo short track. Organizzare un’Olimpiade in casa però ha dato a tanti uno stimolo, un’ispirazione, una spinta in più.
Ha aiutato a superare i momenti negativi, a stringere i denti, a rimandare l’addio, pensando che un’occasione così non sarebbe tornata mai più. L’Olimpiade in casa ha moltiplicato le energie alla maggior parte dei nostri atleti. Qualcuno ha sentito la pressione, come il filosofo Ghiotto nel pattinaggio o Giacomel nel biathlon, ma la maggior parte degli azzurri ha saputo volare nel blu che giorno dopo giorno è diventato sempre più blu. La felicità è diffusa come queste Olimpiadi.
Quelli di Milano Cortina verranno ricordati come i Giochi della grande vittoria dell’ottimismo. Una brutta botta per chi prevedeva disastri organizzativi e sportivi. Di quelli organizzativi, dopo il cabaret iniziale degli inviati del New York Times, nessuno ha più parlato, anche se c’è sempre qualcuno pronto a lamentarsi perché i preservativi omaggiati al Villaggio sono finiti troppo presto (li trovate in vendita sui soliti siti, non crediate che facciano l’amore tre volte al giorno da quelle parti). Dopo la prima settimana di gare abbiamo già migliorato il record di medaglie di Lillehammer e ci siamo accomodati tra la Norvegia e gli Stati Uniti nel medagliere, con la concreta possibilità di continuare ad arricchirlo fino all’ultimo giorno possibile. Ogni gara (quasi, ogni gara, ammettiamolo) sta andando oltre le previsioni, come se improvvisamente fossimo tutti come Federica Brignone, capace di battere ogni avversità con il sorriso perennemente acceso. Lei sì, è davvero open to meraviglia. Lei è la nostra meraviglia e lassù è in bella compagnia con Francesca Lollobrigida, Arianna Fontana, Lisa Vittozzi e Michela Moioli, un’altra che non si è fatta fermare dal dolore che ancora le segna il volto dopo la caduta di qualche giorno fa. Gli ori arrivano tutti dalle donne, tranne quello della coppia dello slittino o quello della staffetta mista nello short track. Ma non è una novità, anche agli ultimi Giochi estivi avevano vinto di più le ragazze, alle quali la Lollobrigida ha dimostrato che non è necessario sacrificare la maternità per vincere ai Giochi.
“Questo momento magico dovrebbe essere un’immensa fonte di orgoglio nazionale”, aveva detto nel suo discorso inaugurale a San Siro Giovanni Malagò, il presidente della Fondazione, l’uomo che più di ogni altro si era battuto per avere questi Giochi dopo aver perso per un dispetto politico quelli di Roma. Si riferiva a quello che stava per cominciare, non ancora ai risultati sportivi che oggi sono celebrati anche dal suo successore Luciano Buonfiglio, ma che ancora una volta confermano come lo sport di vertice in Italia funzioni come poche altre cose, purtroppo senza riuscire a contaminare altre discipline, dove lo spirito olimpico non riesce a infilarsi in uno stadio di calcio.
Federica, Francesca, Arianna, Michela e ora anche Lisa. Non è difficile scegliere l’immagine di questi Giochi italiani. Vinciamo con le donne o vinciamo di squadra, una costante che avevamo già assaporato a Parigi quando le ragazze del volley avevano sublimato il concetto. Il qui e ora di Julio Velasco ha funzionato anche sulla neve. Così le nostre ragazze d’oro hanno superato infortuni, dolori e debolezze, pensando solo al loro momento, a dare il massimo nell’istante in cui ce n’era bisogno. Hanno vinto con la preparazione, la fatica, l’impegno, ma anche con la leggerezza. Hanno saputo prendersi tutto senza pensarci troppo. Se c’è un atteggiamento che Federica Brignone ha saputo trasmettere al mondo è quello si essere sempre sorridente e positiva. Riusciva a far brillare i suoi occhi magici anche da un letto d’ospedale, riusciva a sorridere anche quando si stava sottoponendo a sforzi sovraumani per tornare almeno a camminare come prima, era capace di esaltare perché finalmente, dopo una vita, era riuscita a sentire l’aria in faccia correndo in bicicletta o indossare i tacchi per una foto speciale. A 35 anni e 213 giorni è diventata la campionessa olimpica più anziana della storia dei Giochi. E quando un infortunio bastardo ha minacciato di interromperle la carriera, ecco che il richiamo di un’Olimpiade in casa gliela ha allungata. Tra tutti quelli che sta ringraziando in queste ore, tra familiari, medici e allenatori, dovrà ricordarsi di ringraziare anche Sofia Goggia e Michela Moioli, perché senza il loro balletto magico a Losanna il 24 giugno 2019, probabilmente oggi questi Giochi li starebbero organizzando in Svezia. Non sarebbe stato lo stesso. L’Italia, l’essere a casa, l’aver avuto la responsabilità di portare la nostra bandiera nella cerimonia inaugurale, hanno aggiunto ottimismo a quello che lei aveva già distribuito in abbondanza. Dovremmo imparare tutti a sorridere sempre come lei.