Foto Epa, via Ansa

Il foglio sportivo

Lo scialpinismo, un ritorno alle origini

Giovanni Battistuzzi

Ai Giochi olimpici di Milano-Cortina 2026 debutta uno sport che non lascia spazio ai pigri e tanto assomiglia al ciclismo

Il 24 dicembre del 1934 è la data esatta nella quale gli sciatori hanno iniziato a impigrirsi. Il giorno nel quale venne inaugurato il primo impianto di risalita a fune alta a Davos, Svizzera (quello che dal paese saliva verso lo Jakobshorn). Sino a quel momento per poter scendere serviva salire e, salvo qualche super riccastro che si faceva portare in quota con una carrozza trainata da muli, o ci si affidava alle prime rudimentali manovie (una fune alla quale ci si appendeva, mossa da un argano, nda), ma per brevi tratti, di solito quelli più pendenti, o toccava mettere le pelli sotto gli sci, armarsi di pazienza e far lavorare i muscoli. Lo sci era questo.

 

Il progressivo e inesorabile impigrimento degli sciatori rese necessaria l’introduzione di un nuovo termine: scialpinismo. Lo scialpinismo è la resistenza dello sci com’era allo sci com’è, una selezione genetico-culturale capace di eliminare il fighettismo dalla neve, per quanto diversi fighetti selfiemaniaci siano riusciti a intrufolarsi.

 

La resistenza dello scialpinismo è stata a lungo ignorata da chi gestisce lo sport, tanto che il debutto alle Olimpiadi invernali avverrà proprio ai Giochi di Milano-Cortina 2026. Anche perché il Comitato olimpico internazionale ha riconosciuto la Federazione internazionale di sci alpinismo solo nel 2016, nonostante gare di scialpinismo fossero già attestate negli anni Venti dell’Ottocento, mentre quelle di sci alpino iniziarono nel 1843 in Norvegia. 

 

Un ritardo ingiustificato eppure giustificabilissimo. L’International council for Ski mountaineering competition, la federazione internazionale di questa disciplina, si è formata solo nel 1999. Prima di allora nessuno ne aveva sentito il bisogno. E pure dopo, in molti hanno continuato a non sentirne il bisogno. Il motivo è semplice. Una federazione impone delle regole e lo scialpinismo è sempre stato refrattario ad averne. Un paradiso anarchico. Anche perché le gare di questa disciplina a lungo si sono svolte senza un percorso prestabilito. C’era una partenza, qualche punto di controllo da passare obbligatoriamente e un arrivo. Il percorso per unire partenza, punti di controllo e arrivo era a discrezione degli atleti. A Bormio, sede delle prove olimpiche di Milano-Cortina 2026, invece c’è un tragitto da seguire obbligatoriamente, tra l’altro quasi esclusivamente su neve ben compattata dai gatti delle nevi. Un addolcimento quasi stucchevole di quello che fu “la versione invernale del ciclismo”. A descriverlo così fu Oscar Egg, straordinario pistard svizzero, vincitore di un quasi un’ottantina di Sei giorni in carriera, primatista del mondo di una decina di specialità della pista (dai 500 metri alla 100 chilometri), capace di stabilire tre Record dell’Ora tra il 1912 e il 1914, l’ultimo dei quali rimase imbattuto per quasi vent’anni (ci riuscì Jan van Hout il 23 agosto del 1933).

 

Oscar Egg in inverno si divideva tra velodromi e neve. Quando non era in giro per il mondo a correre su di una biciletta a scatto fisso, si metteva ai piedi gli sci, allacciava le pelli di foca sulla parte inferiore e iniziava a scalare le montagne. In un’intervista del 1913 a Henri Desgrange, l’uomo che fondò L’Auto – all’epoca il più venduto giornale sportivo d’Europa – e che inventò il Tour de France, raccontò così i suoi inverni sugli sci: “Quando non frequento i velodromi, preferisco lasciare il velocipede a casa e mettermi sugli sci. Lo sci dà le sensazioni del velocipede. Le gambe lavorano intensamente, l’aria della montagna ristora polmoni e cuore, e i panorami accarezzano lo spirito, donano all’animo un che di magnifico. La fatica della salita, la stessa che richiede il velocipide, è compensata egregiamente dal trasporto che dà la discesa sugli sci senza pelli. Il senso di ebbrezza che dà la velocità è lo stesso. E uguale è la sensazione di essersi conquistato tale bellezza”, disse il corridore svizzero.

 

Allenamenti che garantirono a Oscar Egg anche un’ottima carriera da ciclista su strada: vinse due tappe al Tour de France (oltre alle tre nella categoria isolati), una al Giro d’Italia, una Parigi-Tours e una Milano-Torino.

 

Sono invecchiate male le parole di Oscar Egg. Ora sono incomprensibili, senza un’aggiunta: serviva correggere sci, con scialpinismo. Ora lo sci è discesa senza salita.